Ho iniziato a lavorare come facciamo un po’ tutti: prendendo a modello un collega anziano e cercando di essere il più possibile fedele a quel modello. Quando ho iniziato io il rispetto delle regole sembrava essere la via regia per la possibilità di essere efficace; così sono stata molto rispettosa delle regole. Intanto, una parte di me salvava in bozza tutte le obiezioni che le regole mi facevano sorgere.

Poi ho capito che potevo muovere i primi timidi passi in autonomia. E come succede a molti colleghi, ho trovato buoni e cattivi maestri sulla strada dell’autonomia. I buoni maestri sono quelli che ti fanno riflettere sugli errori. I cattivi maestri sono quelli che ti umiliano quando sbagli. Intanto mettevo in bozze alcune riflessioni, molto autonome, su quello che vuol dire davvero curare.

Ad un certo punto ho fatto, a me stessa, la dichiarazione d’indipendenza e ho iniziato a mischiare. Confesso, non sono una purista. Una che dice faccio bioenergetica e faccio solo bioenergetica o faccio mindfulness e faccio solo mindfulness. Per una ragione semplice: non conosco altro Dio che la cura (e dio mi perdonerà se penso che lui sia La Cura). A me interessa ciò che cura. Non mi interessa che nome ha. Mi interessa che curi, che le persone stiano meglio, che fioriscano, che tornino ad essere chi sono. Così ho iniziato a mettere insieme bioenergetica, mindfulness (in tutte le sfumature cliniche), Schema Therapy e Relational Frame Theory. Non ti preoccupare dei loro nomi: bisogna esigere da ciascuno quello che può dare, diceva il piccolo principe. E io, da sperimentatrice, ho preso qualcosa da tutti, in una piramide di ingredienti. E ho messo in bozza tutti i risultati.

Più di una persona ha detto che era esagerata. Che bisogna fare uno e uno solo di questi approcci. Alla fine ho preso tutte le mie bozze. Ho tagliato senza pietà quello che era troppo e l’ho messo in Bozze da un’altra parte. Ho dato struttura. Ho costruito esercizi. Ho incontrato persone che avevano voglia di provarli e di darmi dei feedback. Ho provato cosa voleva dire ogni singola cosa e poi l’ho scritta. Scrivere la mente è nato così.

Sono contenta di presentarlo a Milano Book City perchè quello non è solo il luogo in cui si acquistano libri e nemmeno il luogo dove si fanno solo presentazioni. È il luogo in cui gli autori possono svelarsi e incontrare il loro pubblico. E io non vedo l’ora di svelare le mie bozze, di raccontare perché, per me, la cosa più importante è la cura. E perché credo che la cura passi dal riconoscere ciò che scrive la nostra mente.

Non potevo che farlo a casa di Carolina Traverso che è stata la prima ad ospitare i laboratori di Scrivere la mente sia nel 2018 che nel 2019, intuendo quanto erano importanti per me. Le sono grata: grata a lei e a Guido Gabrielli che apprezzano la mia stravaganza con allegria. Solo nel 2020 porterò Scrivere la mente a Genova, perchè nemo profeta in patria.

Così venerdì 15 Novembre alle 18.30, in Via San Calocero 3, c’è un battesimo. Un battesimo a Milano Book City. Vi aspetto tutti. Tutti meno la strega cattiva delle fiabe; lei l’aspetto a Scrivere la mente: imparare a volersi bene.

Pratica del giorno: Una madre affidataria mi ha letto il tema di scrittura creativa di sua figlia. Una figlia che, nei laboratori di scrittura creativa, dice cose impensabili in altri momenti. Erano 10 frasi che iniziavano con Vorrei. Prova a scrivere anche tu 10 frasi che iniziano con Vorrei . Esplora qual è l’atteggiamento interiore con cui le scrivi: disincanto, fiducia, delusione, speranza ect. Esplora come quell’atteggiamento risuona nel corpo.

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente: imparare a volersi bene

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