Lavoro da molti anni con le coppie. La mia terapia di coppia più lunga è stata quella terminata lo scorso anno. È iniziata quando avevo quattro/cinque anni e solo con la morte di mio padre ho davvero capito come stavano le cose. Mi sono resa conto che avevo creduto ad una versione, quella di mia madre, e che quella versione non era per niente giusta.

Da lì ho cominciato a riconsiderare molte delle psicoterapia di coppia che avevo fatto nel passato. Ho riguardato gli appunti, le riflessioni e le considerazioni fatte alla fine del trattamento, sia per le psicoterapie che avevano funzionato che per quelle che non avevano funzionato. E ho capito che sull’amore abbiamo costruito un grande equivoco e che, su questo equivoco, abbiamo costruito una cultura, un mercato e un diritto di famiglia (non esagero davvero tanto)

Qual è l’equivoco?

L’equivoco è che l’amore significhi reciprocità distributiva e paritaria e che la nostra identità, nella relazione, possa e debba venir confermata dall’altro. Mi spiego meglio. Iniziamo con la reciprocità. Siamo convinti che se diciamo al nostro partner (maschile, femminile o samesex) qualcosa di noi, l’altro debba per forza fare lo stesso. Più noi facciamo una rivelazione intima più l’altro dovrebbe corrispondere con una rivelazione altrettanto intima. Altrimenti diventiamo frustrati e iniziamo a pensare che l’altro non ci ami più o non ci ami abbastanza.

Questo equivoco nasce quando ci innamoriamo. In quella fase facciamo a gara per rivelare delle parti di noi, per svelarci e, a volte, ci sorprendiamo noi stessi nel dire cose che sono vere di noi ma che abbiamo capito solo dicendole all’altro (maschile, femminile o samesex…poi non lo dico più perché diventa noioso). Nell’innamoramento il movimento è fusionale. Tutte le distanze si annullano o desideriamo che si annullino. Desideriamo essere una cosa sola e più siamo innamorati più siamo convinti che siamo una cosa sola. Questa è la prima puntata della serie “L’amore è tutta un’altra cosa”.

Vogliamo la sicurezza

Quando siamo innamorati siamo certi e incerti insieme. Come diceva Lucio Battisti in una vecchissima canzone, “neanche un minuto di non amore” è tollerabile. Proprio perchè la spinta è fusionale. Ma questa incerta certezza, quella di essere innamorati, quella che ci fa credere all’anima gemella, quella che ci fa pensare che siamo stati fortunati, è bruciante e si consuma. Come la fiamma di un caminetto con tanta legna piccola brucia velocemente ma se vuoi avere un bel fuoco duraturo devi metterci un legno grosso che non lo soffochi. Quella è la fase in cui passiamo dall’innamoramento all’amore. La seconda puntata della serie “L’amore è tutta un’altra cosa”. È in questa fase che l’equivoco rischia di consolidarsi fino a diventare un rimpianto. L’equivoco è che l’amore ci debba rassicurare, confermare, dare quello che non abbiamo ricevuto. Che debba rispondere senza chiedere, anzi, prima ancora di aver chiesto.  L’equivoco è che la nostra identità debba venir confermata dall’approvazione. Essere approvati, sostenuti, non messi in discussione non è la garanzia che il nostro rapporto sta andando bene. È la garanzia che stiamo stabilendo un rapporto di potere basato sull’accondiscendenza ed è possibile che, prima o poi, chi è accondiscendente ribalti il tavolo perchè è stanco/stanca.

Le regole dell’equivoco

Le regole dell’equivoco sono precise. Anzi, direi che le regole degli equivoci sono sempre molto precise e rigide e più sono rigide più sono pericolose. Ecco qualche regola base:

  • Devi accettarmi e confermarmi e io farò lo stesso con te. Se non lo fai vuol dire che non mi ami. L’antiregola – ossia l’antidoto a questa regola – è “possiamo pensarla diversamente e ascoltarci lo stesso”. “Posso fare qualcosa anche se non sei d’accordo, senza aprire una guerra”. L’intimità comporta la consapevolezza che siamo diversi eppure che possiamo dirci la verità senza che questa diventi una minaccia per la relazione. Invece della guerra questo può suscitare conflitto ma il conflitto è più benefico
    dell’accondiscendenza. Soprattutto se si sa stare nel conflitto:-)
  • Comunicare vuol dire darsi delle informazioni. Si può comunicare senza intimità, come dimostrano le comunicazioni rabbiose. L’intimità è rivelazione di parti di sè. La comunicazione può essere pratica, utile e quotidiana. La rivelazione invece richiede che l’intimità con noi sia profonda e ben coltivata.Se non è così diamo comunicazioni rabbiose perché l’altro non capisce ma, in realtà, siamo noi che non ci capiamo. L’intimità nasce dalla rivelazione. Attenzione perché la rivelazione non può e non deve rientrare tra gli atti di reciprocità. Poiché è basata sull’intimità con noi stessi potremmo avere un partner molto meno capace di noi di essere intimo con sé stesso. Rivelarsi richiede ascolto. Questa è la forma di reciprocità che possiamo aspettarci ma nemmeno questa è un obbligo o una conferma del fatto che siamo amati. La conferma che siamo amati è quando possiamo essere diversi, diversissimi, lontani eppure con il desiderio di incontrarsi. Più ci amiamo, più la lontananza suscita desiderio, anche sessuale. Più siamo accondiscendenti o in una relazione basata sull’accondiscendenza più perdiamo il desiderio sessuale: diventiamo fratelloni solidali. Ottimo fino a che non entra in scena un essere vivente che suscita desiderio sessuale e scompiglia le carte. 
  • La separazione e il divorzio sono tentativi di interrompere comunicazioni difficili. In genere, una volta divorziati, le comunicazioni rimangono difficili. Il solo sollievo è che siamo legalmente distanti ma se abbiamo figli nemmeno tanto distanti. Quindi tanto vale sistemare prima le cose.

La notiziona che ho capito

Ho visto i miei genitori litigare per tutta la vita. Era piuttosto penoso anche se, il lato buono, è che ha aumentato le mie capacità di lettura. Mi immergevo in un libro e non sentivo più niente. Se valuto quanti libri ho letto – e riletto – da bambina capisco che litigavano parecchio. Ma la notiziona l’ho capita quando mio padre è morto. L’intimità si sviluppa attraverso il conflitto, l’identità auto-confermata e la rivelazione unilaterale. Hai presente quel detto ebraico che dice che la differenza tra una mamma e un terrorista è che con il terrorista puoi trattare? Bene mia madre è cosi (adesso molto meno) ma è sempre stata piena di auto-rivelazioni sul suo mondo emotivo e non dipendente dall’approvazione di mio padre.

Quando mio padre è morto, dopo 68 anni di matrimonio non avevo idea di come si sarebbe ri-organizzata emotivamente. L’ha fatto benissimo. Lo va a trovare più possibile al cimitero e finalmente lo trova sempre quando vuole lei. È triste e gli manca ma esisteva indipendentemente da lui e questo le ha dato una grande capacità di superare il lutto. Ho capito che il loro confliggere era un modo per rimanere diversi e insieme. A dire la verità un segnale l’avevo già avuto da piccola. Litigavano di giorno. Poi la mattina mi accorgevo che i loro cuscini erano sempre vicini. Mi sarei aspettata che sarebbero andati a dormire in due stanze diverse. No. Litigavano di giorno e di notte tornavano vicini. Da lì ho capito un’altra cosa: mai mandare l’altro a dormire sul divano. Permettiamoci qualsiasi diversità ma lasciamo un terreno in cui essere diversi ma vicini.

La storia di Lucia

Ti racconterò la storia di Lucia, nel mio prossimo libro. Nel suo caso la relazione accondiscendente con suo marito ha portato al divorzio. Lui era accondiscende rispetto ai frequenti scoppi di rabbia di Lucia ma, in risposta, diventava sempre meno intimo e sempre meno aperto. Questa è una delle conseguenze dell’accondiscendenza. L’accondiscendenza viene usata come modo per evitare il conflitto ma la conseguenza è che porta a una riduzione dell’intimità via via sempre maggiore. Non riveliamo più nulla di noi nel tentativo di non suscitare disapprovazione. Alla fine l’altro usa la rabbia per riportare l’intimità ma non è un tentativo destinato al successo. Diventa un circolo vizioso basato sulla dominanza. Rabbia e conflitto non sono la stessa cosa. La rabbia è un’emozione difensiva che prevede una vittoria. Il conflitto è una negoziazione, un dialogo, una definizione dei confini e dei limiti. Chiarisce dove ci troviamo e dove è l’altro.

Altra regola dell’equivoco:

      • Se il rapporto è basato sul bisogno che l’altro confermi la nostra identità, la quantità di intimità in circolazione è quella della persona che dà meno intimità. Forzarlo perché ne dia di più – con vari mezzi che vanno dalla lite alla blandizie – non funziona. La rivelazione e l’intimità richiedono fiducia nella diversità. Se vuoi dire qualcosa di intimo su di te questo non obbliga l’altro a fare altrettanto.

La nostra nevrosi normale e l’equivoco

Ormai lo diciamo tutti. La nevrosi è una condizione normale legata alla nostra cultura. Ma cosa struttura la nevrosi? La base è il fatto che la nostra identità debba essere confermata dall’altro. Così i nostri figli devono avere successo per confermarci che siamo buoni genitori, il nostro partner deve adorarci per confermarci che siamo amabili, i nostri follower devono crescere per confermarci che siamo cool. Il fatto che dipendiamo dall’approvazione (e dalla disapprovazione) ci rende basicamente nevrotici. Pensiamo di dover essere diversi da come siamo per essere accettabili: Questa è la base dell’equivoco: pensare che la diversità – che sarà la nostra vera salvezza – sia la nostra rovina. Crediamo di poter ottenere un’accettazione indiretta soddisfacendo gli altri. Così quando nei protocolli mindfulness chiedo di offrire un ascolto neutro, non condizionato dai segnali dell’approvazione non è raro che mi senta rispondere, “Sono troppo empatica per non annuire, sorridere, sostenere quello che l’altro dice“. Quella non è empatia, è ansia; è la paura di non venir approvati se non approviamo. L’ansia è contagiosa se non abbiamo un’identità auto-confermata solida. Così ci approviamo reciprocamente ma perdiamo la possibilità di esplorare la verità e di conoscerla intimamente.

Questo è il regalo con fiocco e controfiocco della mindfulness: un senso di identità libero dalla conferma dell’altro. Un senso di identità che fiorisce dall’interno e non dallo specchio dell’approvazione. Ancora di più, se non sappiamo essere intimi con noi saremo sempre più dipendenti dall’approvazione dell’altro e dalla sua risposta. Dovrà rispondere proprio a noi, con nome e cognome, perché se risponde ma non dice proprio il nostro nome non basta.

L’altra grande domanda che ci regala la mindfulness, nel protocollo di Mindfulness interpersonale è “Chi sono io”? La vera risposta è…trovare le parole che risuonino e riprendano la via regia. Quella dell’ascolto che, dalle orecchie arriva al cuore e lo fa vibrare. Perchè il nostro cuore ha un suo suono. Non è solo un strumento che suona quando è toccato dall’approvazione dell’altro. Questa è la nostra vera fioritura: il suono del cuore.

La versione di mia mamma, la posizione di mio padre

La versione di mia madre era che mio padre non l’approvava (e non l’amava abbastanza per questa ragione) ma che lei non si sarebbe mai piegata anche se questo voleva dire che lui non l’amava. La posizione di mio padre era, “siamo diversi, fai quello che ritieni giusto, io ti amerò comunque ma sarò sempre me stesso.” Per anni ho creduto alla versione vetero-femminista di mia madre, pensando che mio padre era poco gratificante a parole. Infatti stava zitto. Nei fatti però sono proprio come lui. Non approvavo mia madre perché volevo essere me stessa e il passaggio – implicito – di tutte le richieste d’approvazione è “Allora se sei d’accordo con me, sei come me“, ossia torniamo alla fusionalità dell’innamoramento. Ma amore e innamoramento non sono la stessa cosa. L’innamoramento è fatto per costruire il legame ma poi, quando si trasforma in amore, deve cambiare. Nessun albero darebbe frutti se rimanesse per sempre in fiore. Nell’innamoramento siamo uno, nell’amore torniamo ad essere moltitudini. E io amo la moltitudine.

Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini…Walt Whitman

© Nicoletta Cinotti 2021

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