C’è una relazione segreta nella mia vita: è quella con Gail Sher, una psicoterapeuta americana, meditante zen, poetessa e scrittrice. Ci siamo conosciute su Amazon e da allora non l’ho più abbandonata. Non credo che la mia “fidanzata” di scrittura – Chandra Livia Candiani – se ne sia accorta. Ma anche se così fosse credo che capirebbe benissimo il mio amore per lei e inizieremmo un menage a trois. Il primo libro, quello che mi ha fatto innamorare si intitola “One Continuous Mistake: Four Noble Truths for Writers”. E già dal titolo capisci che con lei ti divertirai molto perchè la sua ironia è sottile e travolgente insieme

Le quattro nobili verità

E di quali quattro? Della nobile verità del dolore, della nobile verità dell’origine del dolore, della nobile verità della cessazione del dolore, della nobile verità della via che porta alla cessazione del dolore

Le quattro nobili verità sono il cardine del pensiero buddista, quello attorno a cui ruota la pratica: l’esistenza del dolore e la strada verso la cessazione del dolore.  Quello che facciamo nella nostra meditazione quotidiana non è altro che indagare quello che ci fa soffrire, in che modo trasformiamo il dolore in sofferenza e in quale modo potremmo liberarci dal dolore. Un percorso prima di tutto di esplorazione e poi di trasformazione e ritorno alle qualità della mente originaria. Ma cosa c’entra la scrittura in tutto questo?

La risposta di Gail è semplice e poetica: se scrivi ti renderai conto che quando scrivi ti senti nel giusto e quando non scrivi – o non hai tempo per farlo – ti senti sbagliato, come se mancassi a qualcosa di fondamentale. Perché scrivere è un modo per essere: coincidono. Non è tanto importante il risultato, quanto questa intenzione di esistere attraverso la scrittura. E questo rende la scrittura uguale alla pratica di meditazione: richiedono una intenzione che si realizza nel momento in cui la fai, indipendentemente dal risultato.

E quando non lo fai ti senti “sbagliato” perchè sai che manchi ad un appuntamento fondamentale: quello con te stesso. Per cui le 4 Nobili verità per uno scrittore diventano: “Uno scrittore scrive, scrivere è un processo, che conosci solo alla fine. E, se la scrittura è la tua pratica, l’unico modo per fallire è non scrivere.” Esattamente come l’unico modo per fallire la meditazione è non meditare

Cosa ci serve per scrivere e cosa ci serve per praticare

Non c’è Shakespeare o Beethoven; e nemmeno – emotivamente ed empaticamente – c’è Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo la cosa in se stessa. Virginia Woolf

Quando pratichiamo puntiamo al cuore dell’esperienza. Ad una visione non dualistica dell’esperienza. Siamo inzuppati come biscotti nel caffellatte. Esploriamo il nostro stato mentale nello schermo bianco delle pratiche ripetute. Sempre la stessa pratica per avere la possibilità di sperimentare non la differenza delle pratiche ma la differenza del nostro stato mentale. E in questo il nostro sostegno è la perseveranza e la continuità che la perseveranza ci offre. Non è un dovere: è proprio sentire che senza la pratica manca qualcosa di importante e fondamentale alla tua vita. Questa è la spinta alla continuità meditativa. Questa è la spinta alla continuità nella scrittura. A volte la perseveranza incontra la noia, la mancanza di soddisfazione e di comprensione. Eppure sai che non farla non è la soluzione.

Il Dalia Lama raccontava che a sei anni, quando iniziò a studiare i testi buddisti, non era minimamente interessato. A sedici anni iniziò a sentire interesse. A 35 anni iniziò a vedere i primi progressi: migliorò attorno ai 40 anche se ancora non poteva dirsi una mente illuminata.

Ecco la scrittura e la meditazione in questo rivelano pienamente la loro somiglianza. Inizi a scrivere a sei anni, ma fino all’età adulta potresti non vedere davvero un segno di reale interesse per la scrittura e i frutti poi, potrebbero essere molto tardivi.Non è questo che conta. Quello che è importante è la tua fedeltà. E, dice Gail – se scrivi con questa intenzione la scrittura diventerà una pratica profonda tanto quanto la meditazione.

Scrivere è solitario. Tutto quello che facciamo in modo totale è solitario. Possiamo ricevere consigli, istruzioni, sostegno, amore, ma, alla fine, sei tu, da solo, ogni giorno alla tua scrivania. Gail Sher

L’abitudine ti aiuta quando sei nel mezzo

L’entusiasmo dell’inizio è straordinario. Ti spinge a praticare o a scrivere con passione. Anche iniziare ad intravedere la fine può essere meraviglioso ma il problema è quando sei nel mezzo. Nel mezzo della pratica e nel mezzo della scrittura. In quel momento la motivazione vacilla, inizi a pensare che forse non sei affatto portato per quello che stai facendo. È allora che serve avere una abitudine. Sedersi a meditare, sedersi a scrivere perché questo è quello che ti fa sentire che stai facendo la cosa giusta anche se quel giorno la pratica è un continuo vagare e la scrittura si sviluppa senza senso alcuno. Quello è il momento in cui stai incubando il mezzo. Il cuore della pratica, il cuore di quello che scriverai e che ancora non sai cos’è: proprio come una madre sa che avrà un bambino ma non sa davvero come sarà quel bambino. Aristotele diceva che l’eccellenza non è un atto ma una abitudine. Ecco per attraversare il mezzo abbiamo bisogno di una abitudine: perchè l’inizio e la fine sono atti eroici. Il mezzo è trasformare l’ordinaria fatica, in straordinaria esperienza

Per sostenere questa abitudine, dice Gail, è necessario dedicare quello che scriviamo, in modo da lasciar andare subito l’identificazione con il risultato. Solo così potremo essere liberi di fronte ai successi e ai fallimenti che incontreremo rispetto alla nostra scrittura.

Un’atra scrittrice, Anne Lamott, dice qualcosa di simile quando dice che è scrivere che ci cura e invece a volte pensiamo che scrivere abbia senso solo in funzione della pubblicazione e del successo di ciò che pubblichiamo. Se entriamo in questo pensiero la nostra scrittura sarà continuamente esposta al sabotaggio del perfezionismo.

Il sabotaggio della nostra energia

Il sabotaggio arriva, per me, sempre nel mezzo, in quella stasi che Leboyer chiamava, il momento in cui tutto si ferma perché mamma e bambino non sono ancora pronti a salutarsi.Il punto è che siamo abituati a piccoli e grandi sabotaggi, perché il rischio del cambiamento e il rischio della creazione è temuto di più del rischio della stagnazione che ha, invece, un sapore conosciuto. Questo richiede di conoscersi al 100%, riconoscere la propria paura e la propria debolezza e non solo la propria forza e le proprie ragioni. Significa navigare verso la terra dell’errore e anche navigare nella via di mezzo che offre la pratica delle meditazione.

La spinta verso il perfezionismo ha molta attrattiva, eppure è anche una strada molto improduttiva. Spesso il vero sabotaggio che facciamo a noi stessi e alla nostra creatività sta nella richiesta di fare qualcosa di perfetto e di compiuto. Il vero sabotaggio è nascosto nella richiesta – implicita – di non fare errori. Di fare qualcosa che susciti ammirazione. È più facile pensare di mangiare tutto il cioccolato del mondo o non mangiare nessun pezzo di cioccolato. Ma la cosa più autentica e difficile è mangiarne un pezzetto ascoltando fino in fondo la spinta della propria avidità (o del proprio perfezionismo) e rimanendo nel mezzo – silenzioso e forte – di quell’unico cioccolatino che abbiamo in bocca.

Rimanere focalizzato su chi sei (con tutte le tue colpe) richiede maturità, perseveranza e una incredibile self compassion. Agisci come se la tua mente fosse gioiosa, buona e grande, radiosa e amichevole. Perché la tua vera natura è così e se ti tratti in questo modo coglierai l’occasione per esserlo. Gail Sher

Un errore continuo

Fare qualcosa totalmente, con uno sforzo sincero, comporta stare in un processo in cui incontri te stesso, errore dopo errore. Se il desiderio di essere perfetti è, forse, il desiderio di essere “uno con Dio”, gli errori sono invece il linguaggio del dialogo con Dio. Esprimono lo sforzo di essere centrati sia nella forza che nella debolezza e richiedono una grande stabilità: necessaria per affrontare il proprio orgoglio e la propria vergogna. Il punto è che, dai nostri errori – nella pratica come nella scrittura – possiamo imparare tutto e soprattutto ci permettono di inventare nuove strategie. È solo quando non accettiamo di vederli che ripetiamo sempre gli stessi errori.

Concludo con una piccola storia zen che racconta di quando il monaco Issay andò da Suzuki Roshi per chiedere l’ordinazione monacale. “Roshi sono venuto per chiederti di diventare tuo discepolo ma adesso capisco che questo non era altro che una delle mie spinte egoiche, uno dei miei ego trip. Così, semplicemente, adesso ti dico che continuerò a praticare e a fare il meglio che posso”. Bene, rispose Suzuki Roshi, non c’è differenza tra questo ed essere mio discepolo. E, più tardi, Issay divenne uno Zen Roshi, un maestro

Così non c’è differenza tra scrivere bene e voler meditare bene: tutte e due richiedono di imparare dagli errori – continui – per imparare a fare nuovi errori!

© Nicoletta Cinotti 2018

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