Spesso abbiamo l’idea che essere depressi significhi stare sdraiati sul letto al buio. Può succedere ma solo in alcuni casi. Nella maggior parte dei casi combattiamo la depressione con l’iperattività lavorativa. Come mai avviene questo strano fenomeno?

Ci sono diverse ragioni. La prima ragione è la mancanza di sicurezza che attiva comportamenti di ricerca. Ci sentiamo insicuri e pensiamo che ci sia qualcosa che possiamo fare per”metterci al sicuro” e la cosa più semplice e immediata è impegnarsi sul lavoro. Può essere un’attività professionale – e molto spesso lo è – oppure un’altra forma di attività come il volontariato, la cura della famiglia. Non è molto importante perché è in relazione a quello che ci fa sentire sicuri: a volte è l’attività fisica che aumenta il livello di endorfine e ci fa “sentire a posto”.

La seconda ragione è che la depressione nasce da un senso di mancanza e impegnarsi può coprire questa sensazione di vuoto, può farci sentire utili. Perché essere depressi vuol dire incontrare ogni giorno la perdita di senso e un senso di inutilità. Due molle potentissime che spingono verso il trovare risposte. Così, dietro a molta iper-attività sta la ricerca del significato della vita e la convinzione che se non siamo felici è perché siamo sbagliati o non abbiamo fatto qualcosa che era necessario fare.

Funziona cercare sicurezza nel lavoro? A volte funziona, soprattutto se arrivano i successi che attendiamo ma non è una soluzione. Anzi, a volte diventa una modalità compulsiva. Ci comportiamo come se fossimo a rischio anche quando potremmo, nei fatti, considerarci al sicuro. La vera sicurezza non esiste. Non saremo mai al sicuro da tutti i pericoli ma, soprattutto, la vera sicurezza nasce quando impariamo a stare di fronte all’inevitabile insicurezza che la vita ci propone. La vera sicurezza nasce dalla grazia, dalla flessibilità, dall’apertura verso la vita. Tutte cose che possono sembrarci pericolose ma che ci permettono di cogliere la fioritura del momento presente e le sue inesauribili possibilità. Vedere un’opportunità dove gli altri vedono un problema è la migliore strategia per sentirsi sicuri nell’inevitabile insicurezza delle nostre giornate. La chiave che apre la porta della felicità è smettere di evitare e avvicinarci a quello che proviamo con sguardo aperto e generoso. La chiave sta nel lasciar andare l’idea che tutti gli altri sono felici tranne noi.

Insomma possiamo cominciare a dire che la felicità non è un’epidemia. E tutto questo accentuare l’importanza della felicità – che diventa sinonimo di successo – è davvero irrealistico. da “Falso mito sulla felicità n°1: La felicità è la condizione naturale di tutti gli esseri umani”in “Mindfulness in cinque minuti”

Pratica di mindfulness: Centering meditation

© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves: ritiro di bioenergetica e mindfulness

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