Domenica è stata una giornata insolita. Ero in Toscana, nel paese dove sono nata. Le vecchie case di campagna hanno uno spazio ampio – l’aia – dove l’abitudine era quella di ritrovarsi a parlare nelle sere d’estate. Sull’aia succedeva di tutto: nascevano amori, si batteva il grano, si pulivano le olive. E quando arrivava maggio si cantavano gli stornelli toscani passando di aia in aia. Perché l’aia non è la casa ma, nello stesso tempo, è uno spazio intimo e protetto.

Domenica sono andata sull’aia a Case Paradiso (questo è il nome della località). Era molto tempo che non lo facevo. Eravamo circa una trentina di persone, in parte parenti della famiglia Gigli, la famiglia di mia madre. E abbiamo iniziato ad ascoltare e raccontare. Storie della vita di Lida, di suo marito e dei suoi figli. Storie divertenti, commoventi, allegre e scanzonate come sono sempre le storie toscane. Abbiamo finito con una serenata a stornelli (altra abitudine toscana) e abbiamo lasciato volar via due colombi. È stato il saluto a Lida.

Un lungo e commovente racconto di com’è stata la sua malattia ma, soprattutto, di come è stata la sua vita. Con i figli e nipotini che comparivano e scomparivano come attori imprevisti di uno scenario di cui facevano parte. La parte del futuro. Nel raccontare e condividere ho capito cosa vuol dire elaborare il lutto: vuol dire sentire quanta vita c’è nella morte. Vuol dire sentire la prosecuzione e l’espansione che c’è nella vita di ciascuno di noi. Non facciamo altro che andare dietro la curva. Il confine è sempre una cosa sottile ed ipotetica. Anche il confine tra la vita e la morte perché su quell’aia con i suoi tre figli, i cinque nipotini, la mamma, il marito, i cugini c’era la stessa allegra e commossa confusione di sempre. C’era la possibilità di alzarsi, di ridere, di piangere come nella nostra vita quotidiana. Non c’erano le prefiche della tradizione del sud: c’era la normalità con tutte le sue forme. Il parente che beve troppo (in toscana c’è sempre un parente che beve troppo), la figlia studiosa, il burlone della compagnia, quello buono e quello strano. C’eravamo noi – stupiti – che tutto fosse così semplice e normale. E la finestra della stanza dove dormiva Lida, con le persiane aperte.

Alla fine il vento ci ha fatto alzare. Niente di meglio del vento per decidere quando partire. Ciao Lida.

Il dolore non passa.Semplicemente noi lo attraversiamo e ne siamo trasformati. Frank Ostaseski

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo

© Nicoletta Cinotti 2019

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