Nelle relazioni c’è spesso un elemento di misura. La misura di quanto esporsi, quanto coinvolgersi, quanto fidarsi, quanto stare vicini e quanto stare lontani. Questo elemento – che si chiama prossemico – è molto forte agli inizi di una relazione e con il proseguire diventa un aspetto consolidato. Forse potremmo dire stabile. A volte, nella sua stabilità, è anche una bella fonte di insoddisfazione.

Queste domande sulla misura della distanza e della vicinanza, sia in senso fisico che in senso emotivo, dichiarano che siamo consapevoli che anche nelle relazioni ci sono aspetti di contenuto – che riguardano i sentimenti che proviamo – e aspetti che vanno al di là del contenuto e riguardano il modo di stare in una relazione.

Per molti motivi l’intensità dell’affetto e il modo di esprimerlo possono essere poco congruenti. Perché l’intensità dell’affetto sta dentro la storia di quella relazione, di quel contatto, di quell’incontro ma, invece, il nostro modo di stare in relazione è storico. Abbiamo imparato da piccoli se stare vicini è pericoloso o utile. Se coinvolgersi troppo è fastidioso o avvincente. Abbiamo imparato da piccoli come sedurre e come tenere lontano. Questi modi di stare in relazione – questa prossemica dell’intimità – è, molto spesso, inconsapevole.

Così, a volte, diventa molto difficile capire perchè le nostre relazioni non funzionano: l’intensità del sentimento provato è forte ma il modo di esprimerlo, il modo di stare in relazione ripete una vecchia storia. Una storia scritta tanto tempo fa. Forse non una storia felice. Sentiamo – nei confronti delle nuove prossemiche – un senso di sospetto e di paura che non è determinato da un rischio reale ma solo dal timore di uscire dalla comfort zone disegnata dalle nostre difese.

La consapevolezza ci permette di entrare in questo spazio e di distinguere tra il nostro modo storico di essere intimi e il nostro modo presente di costruire intimità. È un’esperienza che percorriamo spesso nei gruppi e nei protocolli. Sconosciuti ai quali ci avviciniamo o dai quali ci allontaniamo ci permettono di conoscere – o ri-conoscere – la distanza che percorriamo nello sviluppare una relazione.

Ci sono persone che stanno sempre molto lontane anche quando sono fisicamente vicine e se ne accorgono proprio lì, nel momento in cui portano l’attenzione non solo al contenuto (ossia al sentimento) ma anche al modo con cui si muovono ed esprimono nello spazio della relazione. Per riconoscere questo modo abbiamo bisogno di essere intimi con noi, prima che con l’altro. Non c’è solo la distanza dagli altri nella costruzione dell’intimità. C’è anche la distanza o vicinanza da noi. Perchè se andiamo vicini a qualcuno dimenticando di rimanere vicini a noi stessi, quella vicinanza non sarà un ritrovarsi ma un perdersi.

È nel nostro protendersi e ritirarsi la narrazione storica della nostra intimità. In quello stesso movimento sta il passato – disegnato dalle tensioni – e il presente, disegnato dalla possibilità di andare oltre le nostre modalità abituali, di uscire dalla nostra comfort zone.

Se una persona non può protendersi, deve manipolare l’ambiente in modo da ricevere ma anche se ci riesce non riesce a prendere ciò che le viene offerto. Non c’è modo di uscrire da questo dilemma che non passi attraverso lo scioglimento delle tensioni muscolari. Questo non si può fare in modo meccanico. Il fatto di trattenersi è un “non voglio” inconscio, che, da un lato, è una difesa contro la possibilità di essere delusi e feriti ma, dall’altro, è anche una reazione di rifiuto. Alexander Lowen

Pratica del giorno: Protendersi

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente: cambiare storia nelle relazioni sentimentali

Photo by Nick Karvounis on Unsplash

 

 

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