In questi giorni si sono sommate moltissime sensazioni nuove e antiche. Forse dovrei dire che la novità di questi giorni è proprio questa: situazioni nuove che fanno emergere vissuti antichi. Dev’essere così che abbiamo cominciato a credere al destino. Dev’essere stato quando un evento nuovo ci è sembrato stranamente simile ad una serie di eventi passati.

Perché succede? Se non vogliamo credere all’esistenza del destino questa è una domanda interessante. Credo che la risposta stia negli strati della consapevolezza. Se andiamo in profondità ci rendiamo conto che la nostra consapevolezza ci permette di cogliere elementi di continuità più ricchi e profondi. Ci consente di cogliere il ri-attualizzarsi di aspetti del passato e ci offre la consapevolezza di come alcuni aspetti della nostra vita siano irrisolti e ancora aspettino una risposta.

In aggiunta a questa maggiore consapevolezza c’è un altro elemento che è importante ed è il modo con cui entriamo in relazione con la vita, con le esperienze. La parola destino lo spiega bene: significa stare più a lungo; si ricollega alla radice indoeuropea sta, io sto. Dalla stessa radice il latino de-stinare  (prefisso de + stinare, forma allungata di stare). Costruiamo il destino perché stiamo nello stesso modo in relazione con gli eventi che ci accadono. Così il presente prende la stessa forma del passato, come un dolce che viene cotto nello stesso stampo. La lievitazione può essere diversa ma la forma è simile. La consapevolezza ci permette di comprendere questa ripetizione e di uscirne scegliendo una diversa modalità di relazione.

Sono abituata a fare da sola. Se ho bisogno di qualcosa non mi aspetto che qualcuno se ne occupi: mi organizzo per fare da sola, salvo poi sentirmi sola. È l’attesa che mi manca: l’attesa dell’altro. Non aspetto che l’altro mi fornisca una risposta. A volte non ci credo che l’altro mi risponderà e così mi muovo in solitaria. Gli altri, vedendomi così autonoma (e dotata di capacità) lasciano che me la sbrighi da sola, ben contenti, forse, di cavarsi d’impiccio. Qualche volta del mio destino fa parte anche l’andare controvento, incontrando misteriosi ostacoli. Per uscire da questo destino dovrei fermarmi nel bisogno più a lungo. E correre il rischio di avere fiducia. Questo è il dilemma che ognuno di noi incontra quando vuole cambiare il proprio destino: aprirsi alla possibilità che qualcosa di diverso possa accadere. A volte aspettiamo, dal destino, un segno che ci dica che possiamo osare qualcosa di nuovo. Altre volte, senza quasi saperlo, sostiamo nel nostro destino, lo creiamo di nuovo con le nostre mani. Altre volte ancora, consapevoli di questa ripetizione, conosciamo come ha scritto la nostra mente e come ha dato forma alla nostra vita. Forse non siamo ancora pronti per scrivere una pagina nuova, io però il quaderno l’ho comprato e aperto. Davanti a me una pagina bianca, la cui misura esatta è l’infinito.

Il punto è che la solitudine ti lascia nuda e cruda davanti a te stessa. Senza sconti e senza inganni. È, a volte, una sorta di repertorio morale di sé stessi dove è impossibile mentire. È questo che amo della pratica: mi mette a nudo offrendomi la forza delle mie verità e delle mie potenzialità, anziché il clamore delle difese. Nicoletta Cinotti, Scrivere la mente

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente nel territorio dell’amore: per cambiare il nostro destino relazionale

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