Mi sorprende spesso come parlare – ma soprattutto esprimere – sia qualcosa da non dare per scontato. Per molte persone esprimersi, esprimere quello che sentono è difficile. Per altre parlare è un modo per lasciar uscire tutto senza discriminazione, ripetendo storie già confezionate e narrazioni che li vedono protagonisti, senza essere davvero presenti a quello che dicono.

Non è semplice parlare, non è nemmeno semplice ascoltare e queste due azioni, che assomigliano tanto all’inspirazione e all’espirazione, spesso sono legate alla sensazione di avere o non avere spazio. Perché lo spazio e l’espressione sono “misteriosamente” uniti tra di loro.

 

 

La voce e il respiro

Di fatto la nostra voce è un atto respiratorio: espiriamo e lasciamo uscire la voce. Per questa ragione risente direttamente della qualità del respiro. Più il nostro respiro è trattenuto, interrotto, offuscato dalle tensioni, più la nostra voce ne risentirà e ne subirà un influsso. Così il tono della nostra voce udibile racconta molto di quello che proviamo, anche quando non vorremmo mostrarlo. Raramente pensiamo che la stessa cosa succede anche all’interno. Anche il tono della voce con cui parliamo a noi stessi risente della fluidità del nostro respiro. E, molto spesso, il tono della nostra voce interiore costruisce la sensazione di sicurezza o di dubbio che sperimentiamo. Stiamo facendo tutto bene? La nostra  voce interiore tace o ci incita e rassicura. Qualcosa non va? La nostra voce interiore ci ammonisce o ci rimprovera, ci guida o ci paralizza, con la stessa forza della voce dei nostri genitori quando eravamo dei bambini.

La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice. Josè Saramago

Panorama interno e panorama esterno

In questo periodo ho parlato spesso con una cara amica che ha scoperto un cancro al seno proprio in concomitanza del lockdown. Mi raccontava le sue ansie e le sue paure: quello che doveva fare e come e dove doveva farlo (è seguita a Milano). La cosa che mi colpiva di più era la discrepanza tra come vedevo le cose io – che negli anni ho seguito moltissime persone con una patologia oncologica – e come le vedeva lei. Non era solo la differenza tra essere dentro le cose e vederle dall’esterno. Diventava ogni giorno più chiaro che il suo panorama interiore – con i luoghi luminosi e oscuri – condizionava il suo modo di vedere il panorama esterno. Quello che io consideravo un provvidenziale atto terapeutico diventava, ai suoi occhi, il segno della gravità della situazione. Quello che a me sembrava accessorio per lei era centrale. Ma, soprattutto, il tono della sua voce mi diceva molto di più delle sue parole. Quando stava ripetendo la solita storia lo riconoscevo dal suono monocorde della voce e quando, invece, coglieva aspetti di novità, la gioia e la fiducia risuonavano cristalline proprio nel modo di parlare. Non c’era oggettività nei suoi racconti: vedeva fuori quello che provava dentro perché, come tutti noi, cercava prove all’esterno che confermassero quello che sentiva. Nel cercare queste prove non siamo detective accurati: obbediamo alla nostra voce interiore e al suo tono: acuto o grave. leggero o profondo.

Chiodo scaccia chiodo, voce scaccia voce

All’inizio, nella pratica di mindfulness, la voce dell’istruttore, del Mindfulness Teacher, ci fa compagnia. È un ancoraggio che guida e aiuta nel tentativo di non lasciare che la mente vaghi: non siamo abituati al silenzio, non siamo abituati allo sguardo e all’ascolto interiore.

Poi, ad un certo punto succede qualcosa di diverso e di nuovo: in quel silenzio iniziano a venir a galla le parti di noi che chiedono di essere ascoltate. A volte emergono come sensazioni fisiche, nel body scan, a volte come sensazioni emotive. Altre volte sono pensieri che bussano alla porta. In quel momento cambia qualcosa nell’ancoraggio alla voce dell’insegnante. Chiediamo che la sua voce scacci la nostra voce interiore. La usiamo come arma per non stare in compagnia di noi stessi ma in presenza di qualcosa di piacevole e rasserenante. In fondo quando abbiamo iniziato a camminare lo abbiamo fatto tenendo per mano qualcuno o appoggiandoci a qualcosa. Poi che meraviglia e che stupore aver fatto un primo passo!

Non era di quella solitudine che io parlavo, ma dell’altra, quella di stare con noi stessi, quella sopportabile, che ci fa compagnia. Anche su questa c’è da dire, a volte non riusciamo a sopportarla, invochiamo una presenza, una voce, altre volte quella stessa voce e quella stessa presenza servono solo a renderla intollerabile. Josè Saramago

Incontrare il rimprovero

È difficile rimproverare un bambino piccolissimo: se lo facciamo cogliamo subito l’assurdità del nostro rimprovero e correggiamo il nostro comportamento di adulti. Ad un certo punto, nella nostra crescita, guadagniamo un upgrade: possiamo venir rimproverati. Il 90% dei rimproveri passa attraverso la voce. Il 10% attraverso lo sguardo: due cose che attiviamo anche durante la pratica di mindfulness. Volgiamo lo sguardo all’interno, ascoltiamo la nostra voce interiore. Proprio adesso, mentre ti scrivo, un gozzo solitario sta passando nel mare davanti a me. Immagino come può sentirsi a quest’ora della mattina, in mare, da solo. Sembra così vasto questo Tirreno e così quieto! Quando iniziamo a praticare siamo su un gozzo e il mare è la nostra mente. Mente agitata, mare agitato; mente calma, mare calmo. In ogni caso siamo in una vastità  e noi così piccoli in quella vastità del mare. Varrebbe la pena rimanere sempre in porto? No, certo e allora se vogliamo salpare il mare e uscire a “pescare” – qualunque sia la cosa che peschiamo – come Ulisse dobbiamo attrezzarci all’incontro con le sirene. Tutti i nostri rimproveri, tutte le nostre blandizie, tutti gli sguardi che paralizzano e tutto l’amore del mondo che arriva, a bagliori, attraverso fessure o finestre spalancate. In mezzo alla noia, alla rabbia o alla paura. All’inizio aggrappati alla voce che conduce e poi, la transizione: un po’ la voce che ci guida, un po’ la nostra voce. Come Linus ci teniamo questa coperta stretta fino a sentire di essere liberi: liberi di scegliere tra la voce esterna che ci guida o la nostra voce interiore, il nostro timone.

Quando ci affidiamo alla sensazione essa diventa un maestro personale: le risposte ci arrivano così da noi stessi. Impariamo in questo modo a leggere il movimento del respiro come la nostra propria scrittura finché, da ultimo, noi stessi diventiamo questo movimento. Maria Höller-Zangenfeind

Un esercizio per lasciar andare

La nostra espirazione offre sempre una possibilità espressiva. È contenuta in quel suono leggero, quasi impercettibile, che fa il nostro respiro quando esce. A volte, quando lasciamo andare un sospiro di sollievo diventa un suono più forte e chiaro. Abbiamo imparato a trattenerlo, per educazione. Impariamo – educandoci – a renderlo di nuovo possibile come scelta consapevole. Non ci viene chiesto di andare in giro a far rumore, così come non ci viene chiesto di parlare a caso, senza distinzione tra intimo, pubblico e privato. Ma da qui a trattenere tutto ne passa. La differenza è il cancello percettivo che mettiamo a noi stessi. Spesso, per far prima, decidiamo di tacitare tutto e di non scegliere. Così, quando si tratta di riaprire, temiamo che esca tutto ma è una paura che raramente corrisponde ad un rischio reale. Certamente qualunque cosa si impara con l’esercizio. Anche l’ascolto, anche l’ascolto della nostra voce. Questo esercizio ha bisogno di ammettere la possibilità di sbagliare.

La voce e il lasciar andare: un esercizio Prova a sdraiarti sul pavimento, porta l’attenzione alla possibilità di essere sostenuto. Guarda se puoi lasciarti andare a quel sostegno. Nel lasciarti andare apri leggermente la bocca e lascia uscire il suono. dell’espirazione. Ascoltalo e lasci che accompagni il respiro fino in fondo. Guarda se puoi lasciar scendere le spalle e guadagnare qualche frazione di secondo di espirazione. Ascolta il suono della tua voce ed esplora le sensazioni che associ a quel suono. Ascolta il tono della voce interiore che commenta quello che stai facendo. Qualunque sia quel tono guarda se puoi incontrarlo con un sorriso: sei tu!

Dall’ascolto all’espressione

Partiamo dal riprendere confidenza con il suono del respiro per arrivare poi a riprendere confidenza con l’espressione di noi: la possibilità di lasciarci liberi e creativi. La possibilità di smettere quell’evitamento che abbiamo costruito per evitare il rimprovero. In quell’evitare di sbagliare abbiamo perso qualcosa di davvero importante: la possibilità di essere noi stessi, saldamente ancora alla possibilità di esprimersi.

Quando un movimento abbraccia tutto il corpo in modo unitario il risultato è un’espressione emotiva che viene avvertita dall’individuo. Questo principio è alla base della terapia bioenergetica. Il suo scopo è il ripristino della naturale spontaneità del corpo e lo sviluppo di un adeguato controllo da parte dell’Io. Alexander Lowen

Se mi ascoltassi…

Se mi ascoltassi…se mi chiamassi è stata per molti anni la frase tipica di mia madre: io ero una figlia poco telefonica e molto riottosa al controllo. Questa frase però non è solo quella ripetuta da ci ama. È anche quella che invita all’ascolto. Qualche volta è la nostra voce interiore che ci dice, ascoltami, considera anche il punto di vista interiore e non solo il punto di vista razionale. Considera la voce dell’intuizione e mettila insieme alla voce della ragione. lo facciamo poco perché dentro di noi si affacciano tante voci e molto spesso non sappiamo distinguere i buoni dai cattivi consigli. Finiamo così per seguire la voce che grida più forte che esprime solo una parte di noi. Finiamo per tacitare la voce più gentile – o più anticonformista – anche se ha buoni consigli!

© Nicoletta Cinotti 2020

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