Qualche anno fa – nel 2015 – ho dato vita ad un progetto di scrittura collaborativa che si svolgeva durante le 8 settimane di un protocollo mindfulness. Ogni settimana mandavo un capitolo ad un gruppo, in crescita costante, di lettori e contributors, che mi rispondevano su quel tema con qualcosa scritto da loro oppure poesie e citazioni. Settimana dopo settimana abbiamo messo a fuoco le 8 qualità della mindfulness che andiamo a coltivare con un protocollo. Quel progetto è diventato un libro in self-publishing e un i.book “Destinazione mindfulness: 56 giorni per la felicità”.

Qualche tempo dopo ho scoperto la Amherst Writers & Artists fondata da Pat Schneider: una comunità che sostiene il processo della scrittura in gruppo. O, se volete, è un vero e proprio sangha di scrittura.

AWA e il sangha di scrittura

Scrivere è un lavoro solitario. Eppure, una volta scritto, il desiderio di essere letti e apprezzati anche da altri è forte. È un desiderio forte e complicato perché su quel foglio non ci sono solo le nostre parole: c’è anche un pezzetto di noi. Meglio ancora, un pezzetto della nostra parte più vulnerabile, quella che non esponiamo mai. In realtà il segreto è proprio la chiave della scrittura. Le cose migliori che scriviamo – e che leggiamo – sono quelle che rivelano un lato nascosto, solo intravisto fino a che le parole non lo svelano. Siamo abituati a proteggere la nostra vulnerabilità lasciandola intima ma questo toglie un po’ di spessore al nostro Sè. Il nostro Sé ha bisogno di luce e di esposizione e sentire che parti di noi devono rimanere segrete gli toglie un po’ di vita.

Senza l’accesso al linguaggio, senza il diritto di esprimere ciò che uno deve esprimere, il Sé scompare. L’accesso alla parola è essenziale tanto per la libertà politica che per la realtà interiore della persona. Deena Metzger

Quando lavoriamo con la scrittura però abbiamo bisogno di preservare questo processo. Esporlo troppo presto lo mette a rischio: il rischio di non sostenere i feedback. Non esporlo affatto rende meno forte la nostra motivazione nei confronti dell’espressione creativa. È per l’insieme di queste ragioni che, ad un certo punto, Pat Schneider “costruisce” dei laboratori di scrittura con lo scopo di coltivare e nutrire una comunità di scrittori. La comunità AWA,  l’acronimo di Amherst Writers & Artists. 

Come nella tradizione buddista – dove il sangha, la comunità di pratica – sostiene la possibilità di meditare, così i laboratori di scrittura del suo metodo sostengono gli scrittori attraverso un lavoro di scrittura condivisa.

Come ci aiuta un gruppo di scrittura?

Ci sono alcuni aspetti che, in una scrittura di gruppo, sono facilitati. Proviamo a farne un elenco:

  • si impara dall’esperienza nostra e da quella degli altri
  • si esprime un parere da pari, senza presumere di essere gerarchicamente più bravi o migliori dei nostri compagni di corso
  • ci si addestra a correre dei rischi: esporre i propri scritti alla lettura degli altri è un rischio ma può essere fruttuoso se vogliamo correre anche il rischio di venir pubblicati
  • normalizza i rifiuti a cui ogni scrittore va incontro, anche se in forme diverse
  • scrivere con gli altri può aiutarti a credere nella tua arte. Lo so, forse pensi che gli artisti sono pochi. Direi che gli artisti emersi sono pochi ma, alla nascita, ognuno di noi è un artista. Come diceva Pablo Picasso, “Ci vuole una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Ci vuole una vita per dare voce e spazio alla nostra parte creativa. E se proprio non vogliamo dargli spazio, almeno diamogli voce!
  • Scrivere aiuta a guarire fisicamente, come affermano James Pennebaker e Chip Sann, la scrittura espressiva – dare espressione scritta dei propri pensieri ed emozioni rispetto a situazioni dolorose o traumatiche – facilita uno stato di benessere personale. 
  • aiuta a superare lo stato di inibizione che si associa allo stress e alla paura.

Cos’è lo stato di inibizione?

L’inibizione è legata alla percezione che parti di noi non siano desiderabili o apprezzate dagli altri. Questo conduce a comportamenti di autocritica e autocensura. È un sentimento veicolato dalla vergogna per la nostra condizione e rivolge l’aggressività contro di noi. Tutti sperimentiamo condizioni di inibizione. Sia Alexander Lowen che Wilhelm Reich ritenevano che qualsiasi condizione di blocco muscolare porti ad una situazione di inibizione e di perdita della spontaneità. La formazione dell’inibizione è sempre la stessa, anche se diverse possono essere le condizioni che portano all’inibizione. Si ha la sensazione che ciò che proviamo non sia accettabile o apprezzato e iniziamo a prendere la distanza da quello che proviamo. Spesso attraverso il controllo, altrettanto spesso attraverso il biasimo o la riprovazione. Queste parti però continuano ad esistere e, periodicamente, si esprimono, a volte mettendoci in difficoltà.

Uno degli autori che più si è occupato della relazione tra scrittura e inibizione è James Pennebaker, uno psicologo americano che ha lungamente utilizzato i report dei risultati medici delle persone che venivano sottoposte alla macchina della verità. Come saprai questi dati comportano la registrazione delle variazioni a livello di battito cardiaco, pressione sanguigna, conduzione elettrica del palmo della mano. Il rilievo che però colpì Pennebaker durante le sue ricerche non fu l’emergere di queste alterazioni quanto il fatto che, quando la persona arriva a dire la verità, questi parametri fisiologici tornano nella norma anche se questo, in alcuni casi, vuol dire essere condannati al carcere. Da qui Pennebaker costruisce la sua ipotesi sulla relazione tra inibizione, disagio fisico ed emotivo/ espressione/miglioramento del benessere fisico ed emotivo.

Viviamo tempi eccezionali

Viviamo tempi eccezionali. Tempi in cui chiunque può condividere e pubblicare qualunque cosa e “contagiare” con le proprie emozioni il vicino di FB, o la propria rete di contatti. Come mai le nostre condivisioni possono essere così crude? Sicuramente questo è dovuto alla perdita di valore empatico che registriamo in situazioni digitali ma, d’altra parte, abbiamo anche il bisogno di esprimerci e di “buttare fuori” contenuti difficili o dolorosi. Tanto più in un momento in cui siamo in quarantena sociale come adesso.

Quindi mi domando e ti domando: sarebbe utile un gruppo di scrittura sul diario della quarantena? E, soprattutto, questo sarebbe un mezzo salutare per contenere il contagio emotivo di emozioni come la paura, l’ansia, la disperazione?

Era necessario scrivere senza un perchè, senza per chi. Parole emesse da un pensiero  a guisa di tavola del naufrago. Alejandra Pizarnik

Quello che non devi scrivere

Deena Metzger racconta di un amico poeta che da anni non riusciva più a scrivere. La sua ispirazione era inaridita. Andò da lei a chiedere soccorso e Deena gli chiese una delle cose che anch’io faccio fare nella mia “grammatica esperenziale” di “Scrivere la mente”. Scrivi partendo dai sensi – gli disse. Come se fossi cieco ma avessi un udito incredibile. Come se fossi sordo m avessi un tatto sensibilissimo. Come se fosse il tuo corpo a scrivere e a gustare il mondo attraverso il palato. In ognuno di noi c’è una grammatica sensoriale, esperenziale che aspetta di vedere la luce. Ci muove dentro, come un’onda di inquietudine e di emozioni che trovano pace solo quando trovano parola. L’amico poeta era riluttante a seguire il suggerimento di Deena Metzger, aveva paura e non gli sembrava che emergessero contenuti utili. Forse era così ma Deena insistette e gli dette un bellissimo esercizio che riporto qui, per te:

Fai un elenco di quello che non devi scrivere. Elenca ciò che non devi scrivere perchè:

  • non è abbastanza importante
  • è troppo privato
  • ti imbarazzerebbe parlarne
  • metterebbe in imbarazzo la tua famiglia o i tuoi amici
  • è un tabù
  • offenderebbe un ipotetico lettore

Inutile dire che il sistema funzionò e nel giro di qualche mese il poeta riprese a scrivere con ispirazione rinnovata ma, soprattutto, era cresciuta la sua comprensione nei confronti della propria vita: la poesia nutriva la vita e la sua vita nutriva la poesia mentre prima la sua poesia aveva impoverito la sua vita rendendola arida e desertica.

Il coraggio di creare

Ci vuole coraggio e pazzia a creare qualcosa. Eppure abbiamo bisogno tutti di quel coraggio e di quella pazzia. Abbiamo bisogno di rompere le condizioni dell’esilio da noi stessi. A volte scriviamo per riportare a casa parti esiliate di noi. A volte per dare voce a demoni che non ci fanno dormire. A volte perché, come il gallo, vogliamo cantare in ogni alba che viviamo. Non importa le ragioni per cui abbiamo questa spinta a creare. Sono tutte ragioni valide e importanti. A volte abbiamo bisogno del permesso di parlare. A volte del permesso di tacere e la creatività può offrirci quel silenzio da cui nascono le nostre parole.

© Nicoletta Cinotti 2020 Scrivere la mente in tempi di quarantena

Photo by Hannah Vu on Unsplash

 

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