Solo qualcuno dal cuore totalmente insensibile potrebbe dire. “Questo o quel ramo ha i fiori appassiti: non c’è più nulla che valga la pena di essere visto.” Kenky Hyshi

Oggi torno in studio per la prima volta dopo il 5 Marzo. In questi due mesi ho continuato a lavorare: ho fatto più o meno tutto quello che faccio di solito ma da casa, con il computer. Ho visto le persone sullo schermo del computer, a volte piccolissime in tante finestrelle, a volte campeggiare in primo piano tanto da poter dire che il loro viso, così da vicino, non l’avevo mai visto. Li ho incontrati diversamente e, in alcuni casi incontrarli così è stato più intimo e profondo. In qualche modo eravamo l’uno nella vita dell’altra. Non ho mai usato il virtual background: mi sembrava che di virtuale ci fosse già abbastanza nel nostro modo di incontrarci. E anche le persone che vedevo mostravano parte delle loro case, delle loro vita con cani e gatti che attraversavano gli schermi incuriositi. In questi due mesi siamo stati tutti personaggi cinematografici: abbiamo avuto anche noi il nostro spiraglio di celebrità televisiva.

Per gli squarci di vita che ho visto conservo gratitudine. Non credo che il mio virtuale finisca qui (e non è nemmeno iniziato qui) ma oggi mi sento come se fosse il primo giorno di scuola. Sono emozionata all’idea di rivederli dal vivo. Con alcuni c’è stata continuità. Con altri è come incontrarsi a settembre, dopo le lunghe vacanze estive.

Questa emozione mi svela una sfumatura: il Covid per me non è stato solitudine. È stato mancanza. Mi sono mancate le persone e il loro odore, l’uscire fuori, il senso di sicurezza e libertà che prima davo per scontato. Ancora oggi il Covid per me è mancanza: non posso fare a meno di paragonare, silenziosamente, com’era prima a com’è adesso. Ogni volta che lo faccio so di farmi un po’ male e, nello stesso tempo, so che finalmente dò valore, il pieno valore a quello che avevo prima. Come se comprendessimo il valore delle cose solo nel momento in cui le perdiamo. Oggi sono emozionata perché so che, incontrando le persone dal vivo, saprò pienamente qual è il valore – e la bellezza – di quell’incontro.

Non lo darò per scontato, non lo darò per certo, non sarò pienamente sicura che è ripetibile a nostro piacimento. Oggi so che la cosa più commovente della vita è la sua incertezza. Non lo so più solo intellettualmente: oggi lo sento. E riconosco che c’è una bellezza nella fioritura e una bellezza nel cambiamento. Non possiamo più accontentarci di dire che è bello un ramo fiorito: abbiamo bisogno di imparare a riconoscere che anche la sua trasformazione contribuisce alla bellezza: una bellezza che includa imperfezione e l’incertezza.

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2020 La pratica della mattina: la via di mezzo

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