Quando vado a camminare non resisto al guardare quanto tempo ci impiego a fare il solito percorso. Quasi ogni volta mi chiedo di stare nei tempi o di abbassare i tempi. Non ce ne sarebbe alcun motivo. Non mi sto allenando per una gara. Vado a camminare per il piacere di farlo e per fare un po’ di movimento. Potrei semplicemente gustarmi il mare che cammina accanto a me la maggior parte delle volte. Me lo ripeto spesso ma, altrettanto spesso, mi accorgo di controllare quanti passi e quanto tempo e altre amenità del genere che ti fanno sentire tanto sportivo mentre invece dicono altre cose. Cose semplici e difficili insieme.

La prima cosa è che sono in competizione con me stessa, per cercare di fare meglio o, al massimo, per cercare di non perdere la posizione. Non faccio parte di nessuna graduatoria eppure dentro di me ho paura di retrocedere, di accorgermi che non riesco più a tenere il passo. Una preoccupazione assurda quanto pervasiva. È come un mantello che si estende su molti aspetti della mia vita: tenere la posizione. In realtà vorrei imparare a perdere la posizione con grazia. Anzi mi preparo per perdere la posizione con grazia e, paradossalmente, lo faccio come se dovessi prepararmi a vincere.

La seconda cosa è che nella vita sento un’urgenza: la consapevolezza che il tempo è un patrimonio limitato e che non voglio sprecarlo. È un patrimonio a cui dò più valore di qualsiasi altro patrimonio. Forse questa pandemia ha reso questa consapevolezza più acuta, più tagliente. Una consapevolezza che mi mette nella condizione di Lot.

Lot era un uomo – forse giusto forse no – che Dio decise di salvare dalla distruzione di Sodoma e Gomorra. Lo avvisò di andarsene ad una condizione, quella di non guardarsi mai indietro. Così partì per tempo con la moglie e le figlie. Quando furono molto lontani dalla città sua moglie non resistette alla tentazione di guardarsi indietro e  venne trasformata in una statua di sale. Lot e le figlie non lo fecero e furono salvi. Io mi sento come la moglie di Lot e combatto la tentazione di guardarmi indietro. So che guardare indietro, quando hai tanto passato, può paralizzare. Poi faccio come Lot e vado avanti. Conto i passi, prendo il tempo e vado avanti. E mi dico che quello che conta è il passo che sto facendo proprio ora.

L’errore annulla qualsiasi passato nell’istante in cui arriva a bruciarti qualsiasi futuro. L’errore azzera il tempo, qualsiasi tempo. Vedi cosa riesce a spiegarti, il tennis, senza dare nell’occhio: che quando sbagli, nel preciso istante in cui lo fai, sei eterno. Alessandro Baricco, Il nuovo Barnum

Pratica di mindfulness: Intimi con il respiro

© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore

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