Siamo allevati a pane e paragoni. Ci insegnano a paragonarci allo studente migliore, al fratello più bravo, al collega di successo. E, anche se non ce lo insegnano, lo facciamo noi perché non riusciamo ad uscire dal dibattito tra ciò che abbiamo e ciò che ci manca senza mettere in campo un paragone. Veniamo paragonati, a fin di bene ma anche a fin di male, per spronarci e portarci alla competizione. A volte il paragone diventa “non è giusto che lui sì e io no”, grandissima motivazione per fare qualcosa che va oltre i nostri limiti.

Alcune volte il paragone arriva quando siamo immersi nel dolore. Per consolarci ci viene posto davanti un dolore più grande del nostro, un po’ come dire che ci sono dolori di prima classe e dolori di seconda classe. Mai, davvero mai, il paragone ci lascia indifferenti. Coltiva l’invidia, l’iper-competizione, e se va bene, attiva un fastidio che si prolunga nel tempo quando lo fanno gli altri. Nella vita quando lo facciamo noi.

Quello che non mettiamo a fuoco è che paragonare ci mette nella condizione di non provare compassione, di non provare comprensione per una persona e per la sua esperienza perché quello che proviamo è condizionato dalla pietra di paragone. Se è inevitabile paragonare possiamo scegliere però di non farlo con noi stessi. Di non farlo dentro di noi.

C’è una storia ebraica in cui un uomo, sul letto di morte, confida al rabbino, di temere il giudizio di Dio perché non aveva vissuto come Mosé. Dio non ti giudicherà per non essere stato Mosé – rispose il rabbino – ti giudicherà per non essere stato chi sei. Io aggiungerei che tornare ad essere chi siamo significa guarire. Che, forse, questa è la migliore definizione di guarigione che conosco. Perché vuol dire che ci siamo perdonati per non essere stati al nostro posto e, anche, che abbiamo tutta l’intenzione di occuparlo adesso.

Soltanto prendendo rischi, un’ora dopo l’altra, siamo davvero vivi. William James

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2018 Cambiare diventando se stessi

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