Non credo di essere un campione di compassione. Anzi: è proprio uno dei rimproveri che mi faccio più frequentemente. E, nello stesso tempo, proprio perché sento il bisogno di crescere in questa qualità, è un aspetto al quale presto molta attenzione.

In teoria non avremmo bisogno di crescere nelle qualità della mente originaria, avremmo solo bisogno di sciogliere le difese che velano queste qualità. Che detto così sembra abbastanza facile ma, nella pratica, non lo è tanto.

La compassione e la depressione

Nel protocollo MBCT, ad un certo punto che corrisponde alla quinta e sesta settimana, si apre il tema dell’avversione, dell’autocritica e, inevitabilmente, della compassione. Sono le settimane più difficili del protocollo perché pensare che quello che produce la nostra sofferenza, sia causato dalla nostra avversione, non è semplice. E, soprattutto, non è semplice scalfire l’avversione che proviamo verso di noi perché siamo incapaci di “risolvere” i nostri problemi. Chiunque abbia sofferto di depressione – o di un disturbo emotivo – sa che la prima cosa che pensa durante una ricaduta è “sono un incapace”, “non sono riuscito a stare bene”. Una sensazione spesso rafforzata dall’incitamento di parenti e amici che dicono “devi farcela”, “datti una mossa”. Che è esattamente quello che una persona, in quella situazione, non riesce a fare. E iniziamo a provare antipatia per noi stessi. Così, quando iniziamo a praticare per andare incontro alle nostre difficoltà, anziché evitarle, per provare compassione verso se stessi, anziché avversione, entriamo in una fase in cui siamo tutti – io come i partecipanti – sotto stress. Significa – in senso metaforico e non solo – guardare negli occhi quello che ti fa più paura. E, anziché scappare, andargli incontro.

La fiducia

È un’azione così contro-intuitiva che devi metterci un po’ di fiducia per farlo. E, molto spesso, quello che incontri è la forza delle voci critiche dentro di te. Perché la compassione ha un antagonista naturale: la critica. E la self compassion ha lo stesso antagonista naturale: l’autocritica. In questi anni ho praticato spesso self compassion verso le mie parti vulnerabili ma quest’anno è successo qualcosa di nuovo. Improvvisamente ho capito che ho praticato compassione per la mia vulnerabilità rimanendo identificata con la parte di me critica e disprezzante. Era come se dicessi a me stessa: provo compassione per te ma il problema è tuo, non mio. Io sono in gamba, non ho difficoltà. Anzi, sono così in gamba che mi occupo di te, che sei sfigata (diciamo la verità: le nostre parti critiche non brillano per simpatia!)

Durante la pratica – improvvisamente – è stato come se qualcuno mi avesse dato un colpo al cuore. Un catenaccio si è aperto e ho provato compassione per quella sorella vincente che mi perseguita da una vita. Ho provato compassione peri suoi capelli lisci e il cappotto di doveri che non si toglie mai nemmeno quando va a letto. Ho provato compassione per la sua incrollabile disciplina e per la sua capacità di organizzare anche la lista della spesa. E strano a dirsi, man mano che questa compassione fluiva verso la parte di me vincente, la sensazione era di vero, genuino, autentico sollievo Ho capito che mi ero voltata indietro e avevo guardato in una direzione nuova che fino a quel momento mi ero lasciata alle spalle.

Mara, i demoni e le tentazioni

Nella tradizione buddista Mara è un demone che offre delle tentazioni perché il Buddha non raggiunga il Risveglio. Le offre mandando le sue tre figlie, Bramosia, Noia e Passione. Anche Gesù, quando andò nel deserto, fu tentato per tre volte dal Diavolo. E fu in grado di non lasciarsi convincere a seguire queste tentazioni. Cosa voglio dire con questi nobili esempi? Che, semplicemente, siamo continuamente tentati ad abbandonare la compassione per la strada della perfezione e del miglioramento. È seducente pensare che la nostra parte vincente non abbia bisogno di compassione. E che quindi, se vinciamo, siamo al di sopra del bisogno di compassione. E, invece, in quel momento stiamo perdendo una parte importante: stiamo perdendo la nostra umanità. Una umanità che è risplendente nella misura in cui abita la propria vulnerabilità.

Il cocchiere con il cuore di ferro

Forse conosci anche tu questa favola – che credo sia dei fratelli Grimm – che racconta la storia di un Principe che fu rapito e sparì per lunghi anni dal Regno. Il cocchiere, che lo amava teneramente, non si rassegnò alla sua scomparsa e andò a cercarlo. Dopo molti anni lo trovò e lo liberò dalla sua prigionia. Mentre lo riportava a casa, il Principe iniziò a sentire grandi colpi, sonori come cannonate. Spaventato chiese al cocchiere cosa fossero quei rumori. Non temere – rispose il cocchiere – sono i cerchi di ferro che avevo messo attorno al mio cuore per sopportare il dolore della tua assenza. Adesso la gioia di averti di nuovo con me rompe quei cerchi di ferro ad uno ad uno.

Credo che assomigliamo tutti a quel cocchiere: mettiamo dei cerchi di ferro attorno al cuore per non sentire il dolore. Allontaniamo da noi le nostre parti ferite e vulnerabili ma, nello stesso tempo, passiamo la vita per cercare di riportarle a casa. A volte il dolore è così profondo, così forte che non possiamo che fare così. Quei cerchi però chiudono la vastità del cuore, la sua naturale apertura e disponibilità ad amare. Allontanano le parti di noi che ci hanno fatto soffrire. È quando le riportiamo a casa, quando riportiamo al cuore ogni parte di noi: il selvaggio e il debole, il vincente e il perdente, il forte e il vulnerabile, restituiamo al cuore la sua naturale vastità. E allora la compassione non è più una pratica. È un velo che è stato tolto e fluisce con grazia nella nostra vita.

Basta uno spiraglio in cui questo accada una volta, per nutrire la fiducia che accadrà ancora. Ci vuole un coraggio da leone per farlo. E noi ce l’abbiamo

© Nicoletta Cinotti 2018

 

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