In questi giorni si sta tenendo il primo Training internazionale in Mindful Parenting a Genova con la conduzione di Susan Bogels e mi sembra quindi ancora più importante avere a cuore le buone pratiche per insegnare la mindfulness. La mindfulness – grazie alla sua diffusione crescente e grazie all’efficacia dei suoi interventi, scientificamente dimostrata – sta avendo una diffusione sempre maggiore. In qualche modo potremmo affermare che “va di moda” e, proprio come succede nella moda, siamo esposti alla sofisticazione dei prodotti originali. Se comprare una borsa “falsamente Prada” o “falsamente Gucci” può essere una scocciatura (o una scelta), fare un percorso mindfulness con una persona non qualificata non è così indifferente.

Lo sforzo di dare uno standard adeguato di preparazione è uno sforzo nobile e destinato ad infrangersi su mille scogli: le scelte di libertà personale, i criteri di valutazione, l’intolleranza, tutta italiana, a regole di percorso che siano troppo restrittive. Eppure il problema deve essere stato sentito anche a livello internazionale se nel 2010 è uscito Teaching mindfulness: a pratical guide for clinicians and educators. Un libro che ha avuto un seguito con Resources for teaching Mindfulness: An International Handbook nel 2016. Tradotto in italiano possiamo trovare Insegnare mindfulness: una guida. Le abilità e le competenze essenziali per istruttori di interventi Mindfulness based, di Rob Brandsma, con l’ottima traduzione di due insegnanti esperti come Antonella Comellato e Fabio Giommi.

Le abilità e le competenze essenziali per istruttori di interventi mindfulness based

Il lavoro di Rob Brandsma parte dall’esperienza di conduzione del protocollo MBSR e cerca di mettere a fuoco il percorso formativo dal punto di vista delle qualità umane che questa formazione richiede. Se da una parte definisce le tecniche e le competenze di insegnamento in modo descrittivo e non prescrittivo, dall’altra cerca di disegnare un panorama in cui sia possibile sviluppare uno stile di insegnamento personale. Ricorda, più volte, che il libro nasce dalla propria personale esperienza e che lui rappresenta, in questo senso, solo sé stesso. In realtà Rob Brandsma cerca di rappresentare anche quelle che sono le caratteristiche essenziali di uno stile di apprendimento che è esperenziale. Un apprendimento che necessita di studio formale ma anche, e soprattutto, del desiderio di imparare dall’esperienza. A questo proposito una delle parti più riuscite del libro è quella dedicata al processo di inquiring che Brandsma affronta attraverso la descrizione del ciclo di Kolb.

Tutto inizia, dice e ripete Brandsma, da una scintilla di passione. Non è possibile insegnare mindfulness se non si ha nei confronti della pratica, una specie di amore. È questa scintilla che permetta la disciplina, la fatica e la responsabilità necessarie per la pratica. Se manca questo ardore, questa passione, se l’intuizione è quella di un percorso che permette di acquisire solo uno strumento professionale, manca qualcosa che, invece è fondamentale. E contagioso.

Se questa base personale è solida, l’elemento successivo riguarda la creazione di un contesto fertile per l’apprendimento. Un contesto reso fertile attraverso alcuni punti chiave per la conduzione delle pratiche formali e sostenuti dall’approfondimento permesso dal processo di inquiring.

Anche se il libro presenta il processo naturale di apprendimento a partire dal primo incontro con la pratica, la conclusione, ossia il capitolo dedicato a quello che l’istruttore porta di sé nell’insegnamento, è, in fondo la base su cui poggia tutto. Solo un insegnamento che dimostri presenza con il cuore e che mostri una possibilità di incarnare quanto insegnato è davvero l’unico diploma a cui non dovremmo mai rinunciare. Un diploma interiore che va al di là del giudizio tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, per incontrarci in quel campo in cui la consapevolezza illumina ogni cosa.

Signore, perché tempesto il cielo per avere risposte che sono già nel mio cuore? Qualsiasi grazia di cui abbia bisogno…mi è già stata concessa…Oh conducimi nell’al di là interiore. Macrina Wiederkehr

Teaching mindfulness, un lavoro collettivo

Teaching mindfulness: a pratical guide for clinicians and educators. è frutto di un imponente lavoro collettivo che cerca di definire un insegnamento laico e clinico della mindfulness.

È un lavoro coraggioso che mette insieme diverse prospettive: la prospettiva scientifica, quella filosofica e quella propriamente meditativa: campi che fino a poche decine di anni fa apparivano inconciliabili tra di loro. Una spinta fondamentale a questa integrazione è stata data dallo stesso Dalai Lama che nel lavoro del Mind and Life Institute ha cercato di promuovere un approccio che abbia come fine primario quello di insegnare metodi per lavorare con le emozioni distruttive e strumenti per trasformarle.

In questa direzione il protocollo MBSR e l’ampia famiglia di interventi basati sulla mindfulness hanno offerto una base rilevante di dati a sostegno dell’efficacia di interventi che si basano su una tradizione meditativa – la mindfulness – inserendola in un contesto squisitamente clinico.

Il libro offre molte riflessioni riguardo all’insegnamento e pone l’attenzione su un aspetto fondamentale: l’istruttore mindfulness è – o diventa – un insegnante di meditazione? La risposta attraversa tutto il libro e viene magnificamente riassunta in uno dei capitoli che ho apprezzato di più The person of the teacher. Il capitolo inizia con la storia di uno straniero che arriva in una comunità molto povera e sotto stress. Uno stress che aveva generato diffidenza reciproca. Lo straniero inizia a preparare una zuppa che contiene un ingrediente magico e misterioso. I membri della comunità cominciano ad essere curiosi di questa zuppa e iniziano a portare piccoli contributi: una patata, una carota, del cavolo, qualche fagiolo. A poco a poco questa zuppa diventa un cibo condiviso attorno a cui tutta la comunità si raduna e fa festa. Qualcosa di simile accade all’interno di un protocollo mindfulness. Arriviamo con una storia di dolore o sofferenza alle spalle ma gradualmente iniziamo a contribuire tutti con qualcosa alla nostra zuppa che diventerà un pasto condiviso. E questo ingrediente magico è la presenza. È la presenza che permette la co-creazione. Così quello che avviene nel protocollo è qualcosa che dipende dal primo ingrediente magico che diventa attrattore di tutta la comunità. E il primo ingrediente magico sono le qualità umane che l’istruttore porta con sé: autorevolezza, autenticità e amicizia.

L’autenticità è il luogo in cui sorge la fiducia, la fiducia che indipendentemente dal fatto che quello che emerge possa essere piacevole, spiacevole o neutro, porti a scoprire qualcosa di valore perché ci appartiene. L’autorità è data dalla conoscenza del processo, mentre l’amicizia è il modo con cui dovremmo incontrare qualunque partecipante. Rispondendo alla domanda iniziale quindi si può dire che l’istruttore mindfulness è un maestro di meditazione? Io direi che la mindfulness non si insegna ma si condivide. Sicuramente malgrado io mediti da quando avevo vent’anni non posso definirmi un maestro di meditazione.

Le risorse per insegnare la mindfulness: Resources for teaching Mindfulness. An International Handbook

Il libro è suddiviso in quattro parti. La seconda parte mette a fuoco il quadro dello sviluppo della mindfulness in diversi paesi del mondo, tra cui l’Italia. La terza parte mette a fuoco l’esperienze della mindfulness in diversi gruppi di persone: da persone che soffrono per un disturbo post traumatico, ai caregivers e a chi combatte con un dolore cronico, di tipo fisico o emotivo. Nella quarta parte, infine offre un elenco di pratiche sia per i gruppi di partecipanti che per gli istruttori. La prima parte è interamente dedicata proprio alle caratteristiche degli insegnanti di interventi basati sulla mindfulness e, non a caso si intitola Affinare le abilità degli insegnanti di interventi Mindfulness Based. Perché affinare? Perché le qualità fondamentali di cui andiamo a parlare sono qualità umane naturali, proprio come naturale è la capacità di essere consapevoli. Si tratta semplicemente – o forse non tanto semplicemente – di lasciar emergere le nostre qualità o meglio le qualità della nostra mente originaria.

Mindfulness, ovvero la capacità di essere col e nel flusso costante della consapevolezza, è una abilità insita in ciascuno di noi: più che un dono, è un dato. Il vero dono, allora, è insegnarla. Donald McCown, Diane Reibel, Marc Micozzi

Come diventare istruttore mindfulness

Come faccio a diventare istruttore mindfulness? È una domanda che mi sento fare molto spesso e a nulla vale il fatto che da più parti, sul mio sito, abbia scritto che non offro consigli in merito: mi viene fatta lo stesso ripetutamente e ogni tanto mi prendo anche delle sonore sgridate perché non offro indicazioni di percorso.

Perché non lo faccio? Per diversi motivi: il primo è il più ovvio. Conosco molti formatori visto che medito da tanti anni e non voglio fare ingiustizie. La nostra mente è strana per cui se consigli le mele qualcuno può pensare che sconsigli le pere. In realtà mele e pere vanno ugualmente bene ma dipendono dai gusti. Inoltre il 99% delle volte questa domanda mi viene rivolta da persone che conosco solo attraverso le 5 righe di una mail. Loro forse conoscono il mio lavoro ma io non conosco loro. Non so se vogliono solo aggiungere un titolo al loro curriculum oppure se meditano da moltissimi anni e anche se me lo scrivessero questo cambierebbe poco: rimarrebbe una domanda fatta da sconosciuti a cui non saprei rispondere per mancanza di un elemento fondamentale: che la conoscenza sia reciproca.

Infine è come quando mi chiedono il consiglio di un libro. Se qualcuno mi legge davvero io consiglio moltissimi libri. Almeno uno a settimana visto che il sabato presento una citazione tratta da un libro che sto leggendo e che mi piace molto e, come se non bastasse, le mie citazioni quotidiane riportano sempre la fonte.

Il punto però è un altro: chiunque legga davvero sa sempre cosa leggere. Non ha bisogno di chiedere perché ha persino troppi libri da leggere, molti di più di quelli che potrà mai finire di leggere. Quella richiesta è, invece, la richiesta che qualcuno scelga per te. Ma se insegnare mindfulness necessita di una scintilla di amore e ardore, non può essere un matrimonio combinato. Deve nascere da una scintilla e perché la scintilla sia presente la prima cosa da fare è praticare. Se pratichi, se hai fatto un protocollo MBSR hai anche la capacità di esplorare le diverse possibilità formative reperibili molto facilmente in rete. E comprendere quale tipo di formazione è più adatta alle tue personali necessità. Se vuoi conoscere la mindfulness inizia così.

Se invece la conosci già e vuoi approfondire questo straordinario strumento in modo professionale vieni a Roma il 12 Ottobre per il convegno internazionale Mindfulness: competenza trasversale in psicoterapia e nelle relazioni d’aiuto. Ci saranno moltissimi contributi attorno a questa competenza che non è qualcosa da apprendere: è solo un dono poterla insegnare.

© Nicoletta Cinotti 2019

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