Venerdì ero a Torino: è stata una presentazione ricchissima di stimoli e riflessioni, grazie alle domande di Annamaria Anelli ma soprattutto grazie al piccolo grande miracolo che si è realizzato alla Libreria Bodoni. Gli stimoli di quell’incontro sono confluiti in questa lettera che raccoglie i frammenti del discorso e aggiunge risposte che hanno percorso 48 ore per maturare. È una lettera perchè scrivo al mio lettore ideale: le persone che erano quella sera in libreria – tra volti noti e molto cari – e persone che dal virtuale sono diventate, finalmente, presenze reali davanti ai miei occhi. È una lettera perché è intima e si rivolge – almeno nella mia intenzione – al cuore di chi legge, per condividere il cuore di “Scrivere la mente”.

C’era silenzio, ha detto il libraio: un silenzio che è attenzione, ha proseguito. È vero: quando siamo attenti si crea un silenzio fertile che nutre le nostre pieghe come l’acqua disseta, inaspettatamente, una foglia arida.

La piega che ha sempre bisogno di acqua è la stessa per tutti: è la piega segnata dalle cicatrici. Tagli fatti da noi o prodotti dalla vita.

L’alternanza di gioia e dolore

L’alternanza di gioia e dolore che abbiamo sperimentato nella nostra vita è ciò che ci ha permesso di imparare ad amare. Questa è una prospettiva diversa rispetto alla storia del trauma: è la prospettiva che delinea come il dolore insegna lasciando un’impronta sul cuore. Quell’impronta non è solo una ferita. È anche il luogo da cui filtra la luce, lo spiraglio da cui filtra la nostra voce.

Mentre firmo le copie mi piace sempre chiedere qualcosa di personale a chi si avvicina. L’ho fatto anche con una bella donna, alta, elegante e triste. Una tristezza sommessa e intima, di quelle che ti fanno venir voglia di stare accanto, a guardare davanti insieme. Le ho chiesto che cosa faceva e mi ha detto che si è separata dopo 30 anni di matrimonio, due figli grandi e una professione, quella di madre, che ormai non le occupa più tanto tempo. Mi parlava come se davanti a sé ci fosse una pianura immensa. Ecco quel vuoto non è deserto anche se possiamo guardarlo spaventati. Quel vuoto è possibilità. Una possibilità che non è ancora formata.

Una frattura

The Unbroken by Rashani Réa

C’è una frattura dalla quale emerge ciò che è intatto. Una distruzione da cui emerge qualcosa di indistruttibile. C’è un dolore al di là di ogni dolore che conduce alla gioia e una fragilità dalla cui profondità emerge la forza. C’è uno spazio vuoto troppo ampio per le parole, uno spazio che attraversiamo con ogni perdita Al di fuori di questa oscurità siamo benedetti.

There is a brokenness out of which comes the unbroken, a shatteredness out of which blooms the unshatterable. There is a sorrow beyond all grief which leads to joy and a fragility out of whose depths emerges strength. There is a hollow space too vast for words through which we pass with each loss, out of whose darkness we are sanctioned into being.

All’inizio lottiamo perché il cuore non venga più ferito. Poi ci mettiamo d’impegno perché la nostra ferita guarisca. Ma se siamo nella pratica o se scegliamo di fare un ritiro, vuol dire che siamo pronti per qualcosa in più. Siamo pronti a considerare che il dolore è quello che ci ha insegnato ad amare e più ci permettiamo di sentire la sua unghia sul nostro cuore più impariamo una declinazione ancora più profonda dell’amore. Quella declinazione si chiama compassione. La compassione è il passo necessario perché il dolore diventi un maestro zen della nostra capacità di amare. Tutto quello che ci è accaduto non è solo una ferita narcisistica, un atto contrario alla nostra integrità. È anche la spinta ad uscire dal nido e scoprire quanto è grande il cielo. Un nido troppo comodo ci lascerebbe immoti. La nostra crescita richiede, invece, coraggio.

Guardare in profondità

Il coraggio di guardare in profondità. La prima azione – istintiva e protettiva – che facciamo contro il dolore è la fuga. La seconda il grido. Entrambe sono risposte primarie, istintive, tribali: siamo membri di una condivisa e ferita famiglia umana.

C’è un grido più forte di qualunque suono i cui bordi seghettati tagliano il cuore e mentre rompiamo ciò che è indistruttibile impariamo a cantare. Rashani Réa

There is a cry deeper than all sound whose serrated edges cut the heart as we break open to the place inside which is unbreakable and whole, while learning to sing.  Rashani Réa

Ma queste risposte – la fuga e il grido – non devono sottrarci qualcosa di prezioso. Non devono sottrarci la possibilità di esplorare la nostra verità. Qualcosa che, se siamo qui, siamo disposti ad esplorare. Perché questa esplorazione avvenga dobbiamo fare quello che fa lo scienziato al microscopio: mette insieme tutta la sua intelligenza, tutto il suo amore, la sua passione per la conoscenza. Le mette insieme con il filo dell’attenzione, per rimanere fermo e guardare in profondità ed evitare che qualcosa inquini il campo di osservazione. Ecco perché alterniamo le pratiche di immobilità e movimento, ecco perché alterniamo silenzio e parole.

Silenzio e parole

Silenzio e parole, immobilità e movimento non sono semplici azioni: sono strumenti retti per andare in profondità. Per trasformare ogni momento della nostra vita quotidiana in un momento di pratica in cui il velo che separa pratica formale e pratica informale cada mostrando la nostra realtà: la verità personale e soggettiva che abbiamo bisogno di incontrare.

Per questo è importante averne cura affinché ci consentano una visione chiara e profonda. È importante avere cura del silenzio; altrimenti rischiamo di fare delle chiacchiere e non di dare parola e suono alla nostra voce interiore. È importante esplorare l’immobilità durante le pratiche di meditazione seduta, così come è importante considerare che la nostra irrequietezza e la nostra difficoltà a rispettare il silenzio non sono qualcosa che riguarda solo noi ma, proprio come succede in una famiglia, qualcosa che riguarda tutti. Sarebbe però un errore considerare silenzio e immobilità due regole. Vorrebbe dire non cogliere l’invito che il silenzio e l’immobilità ci fanno: l’invito al coraggio

Quando sei nel tuo cuore, ti trovi nel silenzio da cui proviene ogni suono. Come una barca sul mare, senti il mormorio delle onde sotto di te. E ti muovi con le onde, ma sai che non sei l’onda. I pensieri vanno e vengono, eppure tu sai che non sei i tuoi pensieri. Adesso sei nel flusso e riflusso della marea, essendo consapevole del contrarsi e l’espandersi del pensiero puoi rimanerci dentro o uscirne, secondo la tua volontà. Al di sotto della mente pensante c’è una consapevolezza pura che non giudica. Quando tu scopri questa consapevolezza entri nel tuo cuore. Allora darai e riceverai senza sforzo alcuno. Paul Ferrini

Un invito

L’invito a non cedere di fronte all’attrito, di fronte alla noia, di fronte alla paura. Spesso scappiamo e così coltiviamo la nostra paura invece che coltivare il nostro coraggio. Anche durante un ritiro può succedere di scappare di fronte a questo invito. Il momento della fuga è sempre il momento più prezioso, il momento in cui potremo domandarci “perché scappo?”; “Cos’è che mi fa scappare?”; “Perché intorbidisco l’acqua e come posso lasciare che torni limpida?” Scopriremo così che questa è la via più semplice per costruire la nostra pratica: portare una attenzione affettuosa alla rottura dell’impegno, alla distrazione, alla fuga. Nessun rimprovero insegna davvero qualcosa. I rimproveri insegnano solo a mentire e noi pratichiamo per dire la verità e testimoniare la reciproca verità. In fondo possiamo dire che questo è il grande e totale frutto della pratica: dire la verità e sapere qual è la verità, al di là delle storie che abbiamo già scritto nella nostra vita. La pratica è un radicale atto di sincerità.

Non ci sono persone migliori di noi

Ogni tanto possiamo credere che, rispetto alla pratica o rispetto alla vita, ci possano essere persone migliori di noi: più capaci, più brave, più vincenti. Forse tutti noi abbiamo un fratello e una sorella vincente che sembra realizzare tutto quello che desidera e che, invece, a noi sfugge di mano. Non è così perché nessuno ha vissuto la nostra vita. Solo noi abbiamo realizzato quella sintesi unica che siamo: nessun paragone è, in questo senso, possibile. Sempre nella presentazione di Torino una delle persone, in questo caso un uomo, mi ha chiesto qual è la velocità giusta per guardare dentro e fuori. Una domanda bellissima perché quando guardiamo dentro e fuori abbiamo realizzato pienamente l’invito della pratica. L’ha detto con ammirazione nei miei confronti come se io avessi qualcosa che a lui mancava. Non è così. La delicatezza e la forza della sua domanda rivelano proprio che non è così (e visto che mi leggi spero che il mio messaggio – tardivo – ti arrivi!). Io e te siamo proprio uguali e pensare che tra noi ci sia una diversità che va oltre le evidenti e apparenti diversità – di sesso, età, vita, provenienza geografica, colore dei capelli, altezza, peso e così via – ci rende più soli. Siamo uguali: entrambi alla ricerca della nostra velocità. Una velocità che ci permetta di guardare dentro e fuori. E, come vedi, la mia lentezza fa sì che ci siano voluti due giorni per rispondere alla bellezza della tua domanda. Che onore averla ricevuta!

Piacevole, spiacevole e neutro

Praticando Scrivere la mente una persona si è accorta che dalla sua vita manca il neutro. Così, sorpresa mi ha chiesto, ma come mai mi manca proprio il neutro? Come mai c’è solo piacevole o spiacevole? Ecco questa è la rivelazione, il modo in cui si manifesta il cambiamento e la ricchezza della visione profonda della pratica. Scopriamo cosa evitiamo nella nostra esperienza e nella nostra percezione di noi e della vita e questa scoperta non suscita critica o – peggio ancora – autocritica ma interesse e curiosità. Il nostro interesse e la nostra curiosità nei confronti di noi stessi. Siamo così abituati a pensare in modo binario, per contrapposizione, che sottovalutiamo la calma serena dell’equanimità: il neutro.

Potremmo dire che con l’invito a chiudere gli occhi e a portare l’attenzione su di noi, sul nostro corpo, abbiamo appena iniziato a meditare. Non abbiamo dato nulla per scontato: né che chiudere gli occhi significhi non vedere nulla, né di sapere già cosa potremmo vedere. L’abbiamo fatto con attenzione. Tutto qui. Nicoletta Cinotti

I saluti

Difficile chiudere questa lettera. Ti scriverei ancora a lungo ma non voglio trattenerti.Ti lascio con una citazione dal capitolo “Coltivare il vocabolario”: uno dei capitoli che amo di più e che Annamaria, a mia insaputa, ha messo proprio all’inizio della presentazione.

Cerca le tue parole, le parole che ti mostrano. Ascolta le parole degli altri e cosa rivelano. Quei suoni cambieranno la tua mente perché cambieranno il tuo modo di sentire. Non cercare di capirle, lasciale cantare. Nicoletta Cinotti

© Nicoletta Cinotti 2020

https://nicolettacinotti.net/eventi/scrivere-la-mente-imparare-a-voler-bene-liberi-da-aspettative/

 

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