Uomini e umani condividono il sentimento dell’empatia e della compassione? E cosa aiuta a diventare empatici e compassionevoli?

La risposta sta nelle ricerche di psicologia antropologica: il fattore chiave nello sviluppo delle capacità empatiche e della possibilità di provare compassione sta nella capacità di leggere la mente degli altri. Una capacità che è fondamentale per poter comprendere pensieri, motivazioni e intenzioni. Dal punto di vista evolutivo sono le relazioni di attaccamento che ci consentono di imparare a “sentire” cosa provano gli altri. Jennifer Goetz e i suoi colleghi affermano che lo sviluppo della compassione è stato un fattore chiave nell’assicurare una migliore sopravvivenza alla prole. Genitori poco capaci di risonanza empatica rischiano di non comprendere i segnali di pericolo e quindi di esporre i propri figli a maggiori situazioni di rischio. Questa migliore opportunità di sopravvivenza ha garantito una selezione favorevole a questo tratto: quell’umanissima esperienza della compassione si è tramandata perchè ha garantito una maggiore solidarietà e un conseguente aumento della sopravvivenza. In una parola più condividiamo un reciproco aiuto e desiderio di cooperazione più abbiamo la possibilità di raggiungere obiettivi comuni.

Vorrei sapere cosa pensi di me

Il desiderio di comprendere sentimenti e pensieri che gli altri hanno nei nostri confronti si estende anche alla sfera affettiva. Mi ami? Mi ami davvero? Sono domande che iniziamo a farci fin dalla primissima infanzia e sono alla base della motivazione a comprendere quello che sta nella mente degli altri. Questa preoccupazione potrebbe essere totalmente assente nei primati che sono però in grado di cogliere le intenzioni dei propri simili, distinguendo atteggiamenti aggressivi da atteggiamenti amichevoli.

La capacità del bambino di intuire gli stati emotivi delle figure di riferimento diventa, con il tempo, un importante rinforzo per la costruzione del legame d’attaccamento. Contemporaneamente a questo, come abbiamo visto negli articoli dedicati al ruolo materno, il bambino inizia a sperimentare altre figure di accudimento. Più una madre è sostenuta e più è in grado di rispondere adeguatamente alle necessità del proprio piccolo e più il bambino ha la possibilità di riparare gli inevitabili deficit della relazione primaria attraverso altre relazioni di accudimento.

L’impegno del bambino, la risposta della madre

Nello stabilirsi della relazione il bambino si impegna attraendo più possibile l’attenzione su di sé. Una attività che sembra essere prevalentemente umana. Uno dei segnali principali per attirare l’attenzione dei genitori è la capacità di stabilire un contatto visivo stabile e affettivo. I bambini cercano con lo sguardo la madre fin dalle primissime ore di vita e questo sguardo contribuisce a stimolare la risposta affettiva dell’adulto. Si apre quindi una riflessione per tutte quelle situazioni in cui, a causa di disturbi dello sviluppo o di nascita prematura, questo scambio visivo è ridotto o parzialmente assente. In una ricerca condotta da Rosario Montirosso dell’IRCCS Medea risultava che per molte madri di prematuri il fatto che il bambino non agganciasse con lo sguardo era considerato un’espressione di rifiuto, ostilità o rabbia verso la madre, causata dalle svantaggiate condizioni di nascita vissute. In realtà la capacità di stabilire e mantenere il contatto è una abilità che correla con lo sviluppo neurologico che, nei bambini prematuri, è ritardata. Risulta chiaro che portare questa consapevolezza nella relazione madre-bambino previene l’insorgere di disturbi nell’attaccamento e permette ai genitori un diverso accesso all’empatia: quello dettato dalla compassione.  La compassione che ci permette di rimanere vicini dove, invece, l’empatia ci farebbe credere di essere lontani. Rispecchiando il distogliere dello sguardo la madre empatica potrebbe attivare comportamenti non verbali di rifiuto e di ostilità. La compassione ci rende responsivi alla difficoltà.

Il contatto visivo, così importante per stabilire il legame diventa, con lo sviluppo della relazione affettiva, la possibilità di guardare insieme nella stessa direzione.

Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. Antoine de Saint-Exupery

Mindfulness e compassione

La pratica di mindfulness sottolinea il ruolo centrale della consapevolezza non solo come abilità individuale ma anche come percorso di apertura verso la heartfulness. La riduzione dello stress migliora le capacità relazionali che risultano inibite nelle situazioni stressanti, come risulta dalle ricerche sulla regolazione emotiva condotte da Paul Gilbert. Nel corso dello sviluppo non miglioriamo solo nelle abilità cognitive ma cresciamo anche nella possibilità di provare empatia, compassione e capacità intersoggettiva, quell’abilità trasversale di trovare uno spazio condiviso nelle relazioni affettive. Fino dalla più tenera età i bambini sono in grado di manifestare preoccupazioni per gli altri, sono in grado di condividere ed aiutare e sono interessati dagli aspetti relazionali: abilità uniche e legate alla specie umana. Perchè queste capacità si sviluppino sono necessarie risposte empatiche e compassionevoli ( e come avrai capito le due cose non sono coincidenti) anche da parte delle figure d riferimento. Come genitori non siamo responsabili solo del benessere materiale e cognitivo ma anche della crescita di quelle abilità relazionali che ci rendono capaci di comportamenti cooperativi e solidali. Come afferma eloquentemente Thich Nhat Hanh, il seme della compassione esiste in tutti noi, insieme al seme dell’aggressione e della paura. Nelle nostre reazioni e azioni automatiche portiamo il peso del nostro passato: abbiamo un diritto evolutivo a tutte le nostre reazioni. La mindfulness non cambia il nostro passato: ci offre solo la possibilità di scegliere quale presente (e quale futuro) avere.

L’efficacia del Programma di Mindful Parenting

Il programma di Mindful Parenting condotto da Susan Bogels ha avuto tre diversi trial  di valutazione dell’efficacia.

Nel primo studio ne è stata valutata l’efficacia sulla psicopatologia dei bambini e dei genitori, sugli stili di genitorialità, sulla soddisfazione coniugale e sul co-parenting ossia l’alleanza genitoriale. Sono stati esaminati 10 gruppi di genitori.

Nel secondo studio ne è stata valutata l’efficacia rispetto alla consapevolezza e alla riduzione di comportamenti di evitamento genitoriale e stress genitoriale. Sono stati esaminati 10 gruppi di genitori, considerando sessioni condotte non dalle ricercatrici che hanno ideato il programma, per garantire uno sguardo più neutro.

Il terzo studio ha valutato l’efficacia rispetto alle capacità di self compassion, rispetto all’attivazione di schemi disfunzionali di reattività (Schema Therapy) e allo sviluppo di abilità di mindfulness come la gentilezza amorevole e la compassione. In tutti gli studi sono stati fatte delle misurazioni prima, immediatamente alla fine del programma e dopo la sessione di follow up.

Che risultati?

Il primo trial di studi ha valutato l’efficacia del programma sui bambini e sui genitori con patologie psichiatriche di diversa gravità. I bambini non partecipavano direttamente al programma che era, invece, rivolto ai genitori. L’efficacia quindi era relativa ad un miglioramento degli aspetti relazionali. I genitori hanno riportato una diminuzione significativa dello stress genitoriale e significativi miglioramenti nelle loro abilità genitoriali offrendo comportamenti a sostegno dell’autonomia dei figli e una minore iperprotettività. I cambiamenti positivi si sono mantenuti anche alla sessione di follow up, un mese dopo la fine del programma. La cosa interessante è che iI miglioramento nelle abilità di parenting correla anche con un miglioramento nella psicopatologia dei bambini (psicopatologia che andava da disturbi dello spettro autistico a iperattività e disturbi di ansia). Al termine del percorso, il 95% dei genitori dichiaravano di voler coltivare la consapevolezza nella vita quotidiana e un 88% dichiarava di voler mantenere la pratica di meditazione malgrado molti genitori avessero praticato meno di quanto richiesto (da 1 a 4 volte settimanali in media). Solo l’1% dei genitori non ha concluso il programma.  I cambiamenti riguardo alla psicopatologia dei genitori sono stati rilevanti malgrado la ragione della loro partecipazione al programma fosse principalmente un problema emotivo dei propri figli. Questo miglioramento correla con l’attenzione che il programma dà ad un atteggiamento non giudicante rispetto all’ansia, alla tristezza, allo stress, alla rabbia, tutti sentimenti difficili da accettare per un genitore eppure inevitabili in situazioni di grande stress e tensione educativa. Sentimenti esplorati con attenzione non giudicante, coltivando un atteggiamento di non reattività. Stessi risultati sono stati riscontrati anche negli altri due studi, confermando che il programma mantiene affidabilità anche quando condotto da altri istruttori (Per una analisi più approfondita dei risultati si rimanda al testo Mindful Parenting di Susan Bogels e Kathleen Restifo). La cosa più significativa però, per me, sono le valutazioni post programma dei genitori

Si può imparare a fare i genitori?

Nel tempo sono stati ideati moltissimi programma di training genitoriale. Molti dei quali hanno rilevato le stesse difficoltà dei programmi di prevenzione: facile capire cosa si dovrebbe fare, difficile metterlo in pratica. La scritta “Il fumo uccide” non correla con una sospensione del fumo ma solo con il senso di colpa. Stesso effetto per i programmi di training rivolti ai genitori. Ecco perché trovo estremamente significativi i dati raccolti a fine programma. Infatti i genitori hanno dichiarato di aver appreso un modo diverso e migliore per affrontare le situazioni stressanti, riducendo i comportamenti esplosivi e imparando a pensare e sentire prima di agire e re-agire immediatamente. Perché, diciamoci la verità, più la genitorialità è difficile più la reattività dei genitori diventa un problema nel problema. Anche i comportamenti di evitamento – l’opposto, altrettanto disfunzionale della reattività – diminuiscono in maniera significativa mostrando una maggiore capacità di affrontare le richieste e le necessità emotive e fisiche dei propri figli.

C’è un elemento costante che deve far riflettere: la maggior parte dei genitori erano madri e solo il 17% dei partecipanti erano in coppia. Poiché i tre studi sono stati condotti in Olanda, dobbiamo proprio pensare che molto ancora rimane da fare sul campo della paternità. Nella mia esperienza i padri spesso sono genitori migliori, proprio perché meno coinvolti. Migliori e dimissionari, pronti ad affidare tutto l’incarico e il peso alle mogli. La ricaduta di questa delega incide sulla vita sessuale. La sottile risposta femminile all’essere lasciate sole nei confronti dei figli è un atteggiamento altrettanto dimissionario rispetto alla sfera sessuale. In questo modo le funzioni della genitorialità e quelle dell’affettiva e sessualità relazionale adulta diventano sempre più domini non sovrapposti. E la separazione – paradossalmente – diventa il campo in cui i padri imparano ad occuparsi di più e meglio dei figli. Se penso a sette padri che seguo e che sono genitori full time – oltre che persone impegnate in attività lavorative full time – posso dire che, in premio, hanno amore, fedeltà e stima delle loro partner. Un esempio da seguire.

© Nicoletta Cinotti 2019

Training Internazionale in Mindful Parenting con Susan Bögels

 

 

 

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