Arriva Settembre, riprende la scuola, riprende il lavoro e iniziamo l’anno (sì, diciamo la verità, l’anno inizia a settembre!) pieni di buoni propositi. I più vari che vanno dal mantenere le buone abitudini estive, al fare qualcosa di lungamente rimandato, all’iscriversi a qualche corso. Lo scopo? Spesso non espresso ma implicito: miglioramento. Siamo dei fanatici del miglioramento, e lo stiamo diventando sempre di più. Abbiamo libri, riviste, giornali che parlano di come migliorarsi: aspetto fisico, abitudini, aspetti emotivi. Ma come mai tanta attenzione al miglioramento e che differenza c’è tra crescita e miglioramento?

I grafici mostrano la frequenza della ricerca basata sulla parola “Miglioramento” (Linea rossa) su Google, in Italia, rispetto alla parola crescita (linea gialla) e sviluppo (linea azzurra)

Che differenza c’è tra crescita e miglioramento?

Anche se tendiamo a negarlo l’idea del miglioramento è sottilmente ostile nei nostri confronti. Significa che c’è qualcosa che non va, qualcosa a cui subordiniamo la nostra possibilità di accettazione. Mi accetterò quando avrò superato quel problema, quel difetto, e dimostrerò così, a me stesso e agli altri, che valgo, che sono capace, che ho padronanza nei confronti della mia vita. Inoltre l’idea del miglioramento fa pensare a qualcosa di statico, già definito e concluso, che richiede solo un ritocco. Magari grande ma un ritocco.

Il concetto di crescita è invece più stimolante e flessibile. Include la possibilità che ci siano aspetti più maturi e altri più deficitari, include l’idea che il cambiamento sia in corso ma non dà una classificazione negativa. Rimane aperto a molte possibilità che potranno verificarsi o meno, a seconda della direzione di sviluppo. Include la possibilità che non tutto si realizzi ,senza che questo debba per forza essere considerato un fallimento. Molto spesso le persone orientate alla filosofia del miglioramento hanno una visione perfezionistica delle loro possibilità di crescita.

Chi, invece, ragiona in termini di crescita. in genere associa la crescita ad un aumento degli aspetti positivi ed è più propenso al rischio, anche al rischio di sbagliare, di chi, invece, si muove in termini di miglioramento.

Cosa nascondono i nostri sforzi migliorativi

Vorrei sgombrare il campo da possibili equivoci: sia che siamo fanatici del miglioramento che teorici della crescita, le cose sono soggette a cambiamento. Alcuni cambiamenti sono piacevoli, altri meno. In alcuni casi sperimentiamo una crescita, in altri una decrescita. In alcuni casi poi – forse la maggioranza – il cambiamento non dipende da noi. Ce lo troviamo davanti già confezionato e non sempre è di nostro gradimento. Spesso abbiamo un eccessivo senso di colpa rispetto agli eventi che accadono, ci riteniamo responsabili anche di cose che non possono, oggettivamente, rientrare nella nostra sfera di competenza, come se da noi dipendesse tutto.

La vera domanda però è un’altra: quello che accade – fuori dal nostro programma e controllo – suscita una sensazione di disagio o inadeguatezza? Preferiamo i programmi o siamo flessibili alle novità? Ci basta rispondere che dipende dall’aspetto desiderabile di queste novità oppure l’imprevisto è spesso accolto con ansia?

Molti dei nostri tentativi di miglioramento nascondono, infatti, una sotterranea sensazione di inadeguatezza. Non ci sentiamo all’altezza, a volte di uno standard di prestazione, a volte di un ideale, a volte di come eravamo e di come cerchiamo di rimanere. Perché la sensazione di inadeguatezza ci perseguita? Perché sentirci inadeguati ci fa sentire fuori dal club, fuori dal gruppo, fuori dall’appartenenza.

Sentirsi fuori dal gruppo

Non appartenere, sentirsi estranei, è percepito come pericoloso, fin dall’antichità. Per i nostri antenati essere estromessi dalla tribù significava morte certa e la minaccia di espulsione è, da sempre, una forte molla di controllo sociale. Dietro alla compulsione a verificare i like sui social credo ci sia questo desiderio di appartenere, di fare parte. A volte anche i desideri più elitari nascondono, in realtà,proprio il bisogno di appartenere. Magari ad un gruppo molto ristretto e selezionato, ma appartenere.

Nella mia infanzia la minaccia, “Ti mando in collegio“,era l’unica che sortiva qualche effetto, breve ma intenso. Come rispondiamo a questo senso di inadeguatezza e al sottostante rischio di isolamento? Le strategie più usate sono diverse ma tutte hanno una duplice qualità: iper-compensazione o resa.

Torniamo ai fatidici progetti di miglioramento

I progetti di miglioramento hanno l’obiettivo di farci ri-entrare in un gruppo o in un target. E sono un buon modo per spiegare la differenza tra iper-compensazione e resa. Le persone che iper-compensano sono quelle che iniziano una dieta (magari senza averne tantissimo bisogno) e poi non riescono a smettere. E questo vale per moltissime altre scelte che portano avanti con ossessione e determinazione.

Se invece prevale la resa un buon esempio sono quelle persone che, forse avrebbero bisogno di iniziare una dieta ma non provano nemmeno, essendo convinti che non riusciranno mai a portarla a termine. Queste due modalità opposte possono sembrare diverse: in realtà nascondono entrambe un  bisogno di gestire il sentimento di inadeguatezza: in un caso facendo di tutto per non provarlo (iper-compensazione), nell’altro facendo di tutto per non rischiare un ulteriore fallimento. Ma in quali altri modi trattiamo il nostro senso di inadeguatezza? Ecco un breve elenco:

  • Evitiamo di rischiare

È un po’ all’opposto dell’essere sempre presi da un progetto di miglioramento: in questo caso il punto è evitare di rischiare. Niente responsabilità, niente leadership, meglio rimanere nell’ombra. Non rischiare anche quando, non rischiare, è già di per sé un danno. Perché? Per paura del fallimento. o meglio per paura che un fallimento alimenti la personale sensazione di inadeguatezza. È vero che fallire è doloroso ma paralizzare la propria vita evitando qualsiasi rischio diventa un modo per bloccare la propria crescita personale. Abbiamo bisogno di rischiare perché rischiare ci permette di coltivare la zona prossimale di sviluppo.

  • Evitare il presente

Strettamente collegato ad evitare di rischiare è evitare di stare nel presente. Ci sono persone che sono sempre catturate da episodi del passato: passato immodificabile, senso di inadeguatezza non trasformabile. Ma anche situazioni in cui evitare il presente, e le sue opportunità, permette di evitare di rischiare, di mettersi in gioco. Una delle modalità con cui evitiamo il presente è con la distrazione. Da una parte siamo catturati da vecchie storie del passato, dall’altra siamo attirati dalla nostra fantasia ad andare altrove. Dove? Non ha importanza, la fuga ha sempre qualche destinazione. L’aspetto principale è evitare l’ansia connessa al presente della nostra situazione. Affrontarla suscita troppa inadeguatezza. insomma, quella che di solito chiamiamo mancanza di disciplina è, molto spesso, mancanza d’amore nei nostri confronti. Ci sentiamo troppo inadeguati per volerci bene!

  • Tenersi occupati

Se ci teniamo occupati, anche molto occupati, controlliamo la sensazione di inadeguatezza. Non è detto che l’occupazione con la quale ci intratteniamo sia utile ma sicuramente ci protegge da qualcosa che farebbe emergere la sensazione che temiamo. Il vuoto, la pausa, fa emergere il senso di mancanza, il senso di inadeguatezza. Tenersi occupati è come un tappo che va bene per qualsiasi disagio. In più dà l’illusione che, tutto sommato, ce la stiamo mettendo tutta. In realtà a volte ci teniamo occupati con compiti al di sotto delle nostre possibilità, come navigare sui social. Ma non importa: tutto purché non affiori quella sgradevole sensazione.

  • Andiamo sul classico: la voce critica interiore

Abbiamo già parlato molto spesso della nostra radio, sempre accesa, sempre pronta a criticarci.Non riparlerò troppo di questa modalità che è sul versante dell’iper-compensazione. Come se criticarci servisse a migliorarci. In realtà non fa che confermare una convinzione che abbiamo già: non andiamo bene. Se guardiamo a questo aspetto con consapevolezza possiamo renderci conto di quanto sia improduttivo: quale allenatore direbbe continuamente al suo atleta – durante la prestazione – che non va bene? Nessuno, perché a tutti parrebbe evidente l’assurdità del comportamento conseguente. Eppure con noi stessi facciamo proprio così: confondiamo il bisogno di consolarci con la critica. Confondiamo il desiderio di crescere con la storia del miglioramento ad oltranza.

  • L’altra faccia della medaglia: il biasimo

L’altra faccia del comportamento di critica interiore è il biasimo rivolto, questa volta, all’esterno. Apparentemente la nostra ostilità non è rivolta verso di noi ma in realtà ci mette nella condizione di temere tantissimo il nostro personale fallimento e di temere ancora di più il giudizio altrui. Se stiamo attenti le persone che sono sempre pronte a criticare il prossimo sono, molto spesso, persone insoddisfatte dei propri risultati, persone che scelgono di non rischiare e, quindi, di non crescere.

I discorsi di laurea

Negli Stati uniti, alla cerimonia di laurea vengono chiamati famosi oratori per celebrare questo momento di transizione. Alcuni di questi discorsi sono diventati famosi perché pieni di saggezza e intuizione. In effetti io credo che ogni giorno dovremmo svegliarci con un discorso di laurea rivolto a noi stessi. Guardare l’agenda del giorno e rivolgersi delle parole calde e ispiranti per la transizione tra le mura domestiche e il mondo esterno.Se non ogni giorno almeno all’inizio di ogni anno o di ogni attività importante. Prendo due citazioni, per concludere in bellezza.

In questo meraviglioso giorno in cui siamo riuniti per celebrare il vostro successo accademico, ho deciso di parlarvi dei vantaggi del fallimento. Ed esaltare, proprio mentre siete sulla soglia di ciò che viene chiamato “vita reale”, l’importanza fondamentale dell’immaginazione. I miei genitori, entrambi di umili origini e senza istruzione universitaria, hanno sempre pensato che la mia prolifica immaginazione fosse una specie di divertente capacità personale che non avrebbe mai pagato un mutuo, né assicurato una pensione. Capisco quanto questo possa apparire ironico adesso (…)Non biasimo i miei genitori per il loro punto di vista. C’è una data di scadenza per accusare i tuoi genitori per averti guidato in una direzione sbagliata (…) Ma quello che io ho temuto di più nella mia vita non è stata la povertà ma il fallimento. Credo di poter dire che, solo sette anni dopo la mia laurea, avevo fallito in modo esponenziale. Un matrimonio eccezionalmente breve finito, senza lavoro, genitore single e povero come è possibile esserlo in Gran Bretagna senza arrivare ad essere senza fissa dimora. I timori che i miei genitori avevano avuto per me – la loro stessa povertà – e che io avevo avuto per me, si erano realizzati: sono stato il più grande fallimento possibile. Allora perché parlo dei benefici del fallimento? Semplicemente perché il fallimento è stato un incredibile punto di partenza. Ho smesso di fingere di essere quello che non ero e ho iniziato a dirigere tutta la mia energia per finire l’unico lavoro che mi interessasse. (…) Mi sono sentita libera, perché il mio più grande timore si era stato realizzato e io ero ancora viva, con una figlia adorata, una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. E così il fondo che ho toccato è diventata la solida base su cui ho ricostruito la mia vita. (Harvard, 2008)J.K. Rowling autrice della saga di Harry Potter

Se tutti conoscono l’autrice di Harry Potter, forse non tutti conoscono Jennifer Lee, regista di cartoni animati, il più famoso dei quali è Frozen. Il suo discorso di laurea, del 2014 riprende in parte i temi di quello precedente e poi parla dei dubbi su se stessi. Ecco cosa dice:

… è solo quando sei libero dai dubbi su di te, che inizi a fallire davvero, perché non ti difendi e quindi puoi anche accettare le critiche degli altri. Non sei così tanto preoccupato del fallimento da dimenticare di imparare dal fallimento, da dimenticare come crescere. Quando credi in te stesso, riesci meglio. Le ore trascorse in discussioni, dubbi, paure, possono essere passate a lavorare, esplorare, vivere.(…) e se c’è una cosa che ho imparato è che il dubbio nei propri confronti, il dubbio sulla propria adeguatezza, è una delle forze più distruttive. Ti mette sulle difensive invece che renderti aperto, diventi reattivo invece di attivo. È crudele e la mia speranza è che possiamo iniziare tutti a eliminarlo.(2014) Jennifer Lee

Allora, siamo a settembre, stiamo entrando in un anno nuovo, lasciamo che questi discorsi di laurea ci aiutino a percorrerlo con più accettazione e meno senso di inadeguatezza. Facciamoceli ogni mattina. Ricordiamoci ogni mattina che essere noi stessi, così come siamo, è il miglior punto di partenza per qualsiasi cambiamento e che criticare ciò che ci ha fatto diventare così significa negare la nostra unica qualità. Chi saremmo, senza ciò che abbiamo vissuto?

Per amare chi sei non puoi odiare le esperienze che ti hanno fatto diventare come sei.

Buon anno!

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale

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