Per. molte persone è facile mettersi nei panni dell’altro e provare subito l’emozione che l’altro manifesta. Come se in quel momento noi diventassimo la persona che abbiamo di fronte e fossimo proprio nella sua situazione. È un comportamento istintivo, coltivato dalla nostra sensibilità e sostenuto dalla presenza dei “neuroni specchio”, neuroni che hanno il compito di “accendere” le stesse aree cerebrali della persona per la quale proviamo un sentimento di empatia.

Il concetto dell’empatia, la sua importanza nella regolazione delle emozioni sociali e dei comportamenti pro-attivi – di aiuto nei confronti dell’altro – è stata fondamentale e negli ultimi 30 anni ha avuto un ruolo di primo piano sia nella psicologia della vita quotidiana che nella psicologia delle organizzazioni e del lavoro.

Quando non riusciamo a provare empatia rimaniamo, inevitabilmente, sulla superficie delle cose, ossia comprendiamo quello che sta succedendo ma non viene attivata una risposta affettiva. Come se vedessimo ma non fossimo toccati da quello che vediamo. Rimaniamo indifferenti. L’empatia ci permette, invece, di sentire l’altro. Ma lo fa mettendoci al suo posto in una sorta di sovrapposizione che può portarci a dare risposte che andrebbero bene per noi, se fossimo in quella situazione, ma che magari non vanno affatto bene per la persona che è direttamente coinvolta. Nella sua generosità – e adesso so che faccio una affermazione paradossale – l’empatia è un po’ egocentrica. Assimiliamo l’altro a noi e presupponiamo che funzioni secondo i nostri criteri. A volte è così, altre volte no. Sicuramente è meglio che essere indifferenti!

La compassione ci invita a fare un passo in più: a riconoscere la distanza tra noi e l’altro e, nello stesso tempo, a sentire di che cosa l’altro ha davvero bisogno. A volte questo comporta anche sentire la frustrazione di non poter fare davvero nulla per la sua sofferenza. Rimaniamo però consapevoli sia di noi che dell’altro come persone in dialogo e in contatto. Una differenza che è essenziale rispetto al sorgere della gentilezza. Nell’empatia siamo cortesi – e benedetta sia quella cortesia – ma nella compassione la nostra cortesia va più in profondità è diventiamo gentili, perché capiamo che condividiamo una comune umanità e, nello stesso tempo, accettiamo il fatto che il mondo, la vita, è ingiusta e a volte ci mette in una transitoria condizione di privilegio.

…allora sarà solo la gentilezza ad avere senso,
solo la gentilezza che ti allaccia le scarpe
e che ti fa uscire incontro al giorno
ad imbucare lettere o comprare il pane,
solo la gentilezza che alza la testa
in mezzo alla folla del mondo per dire
è me che hai cercato
e che poi ti accompagna ovunque
come un’ombra o un amico. Naomi Shihab Nye

Pratica di mindfulness: La pratica di gentilezza della mattina

© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore

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