Ci sono alcune convinzioni, rispetto alla vita emotiva, che sono basilari quanto irreali. Una di queste convinzioni è che certe relazioni debbano essere protette da una categoria di emozioni. Così crediamo che tra genitori e figli, tra partner, tra amici intimi, non si possa né si debba mai provare emozioni aggressive o distruttive oppure invidia. Il fatto di poter provare rabbia nei confronti dei figli, invidia nei confronti di un partner o di un amico, ci mette in difficoltà. Apre dei dubbi rispetto alla nostra immagine di sé e dubbi sulla qualità della relazione. Se la relazione non è molto intima possiamo risolvere il problema proiettando l’emozione difficile sull’altro. Ma anche questo è parecchio scomodo.

Siccome, secondo noi, non dovremmo provarle, la soluzione più semplice e immediata è non sentirle. E se anche proiettarle sull’altro è troppo doloroso, scegliamo di non sentirle o di dissociarle, ossia metterle così lontane dalla nostra consapevolezza che è come se non esistessero. Purtroppo per noi rimangono attive anche se non le sentiamo. Chiuderle in un cassetto, toglierle dalla coscienza, non elimina la loro esistenza e fa sì che agiscano indisturbate. Attraverso azioni di cui non siamo consapevoli, attraverso atti mancati, lapsus e distrazioni. Che mettono in scena, nei fatti, quello che non riusciamo a sentire nel cuore.

Forse abbiamo solo bisogno di accettare che le emozioni non guardano in faccia a nessuno: possiamo provare l’intero range di risposte emotive anche nei confronti delle persone che amiamo di più. Forse proprio nei confronti di chi amiamo di più perchè l’intimità è un grande attivatore della forza emotiva. Nessuno può deludere più di una persona amata. Nessuno può ferire più di una persona intima. Questo non è uno scandalo. È un invito alla sincerità, all’esplorazione, alla responsabilità nei confronti di noi stessi. Provarle non è un reato: dimenticarle e lasciare che agiscano in sordina può diventare un problema.

Ecco perchè abbiamo bisogno della consapevolezza: le difese ci allontanano dalle sensazioni; la consapevolezza ci riporta vicini a quello che è il nostro reale panorama interiore. Non ci chiede di cambiare. Ci chiede solo di includere qualsiasi cosa. Di non tagliare fuori. Di stare in compagnia della rabbia come dell’amore, della gioia come del dolore. Perchè è questa compagnia che fa sorgere il sentimento – lento e profondo – della compassione. Ed è la compassione che ci assicura quella comprensione inclusiva di cui abbiamo bisogno per non sentirci lontani dalla nostra vita. Quando siamo solo nella mente è come se la nostra stessa vita fosse una fotografia statica. La compassione e la comprensione restituiscono, a quella fotografia, una dimensione, quella della nostra umanità.

Provare un’emozione difficile ci spaventa perché lo identifichiamo con l’agirla. Non è così. È quando la proviamo ma non siamo in grado di sentirla che possiamo, inconsapevolmente, agirla. Se la riconosciamo si apre lo spazio della libertà di scegliere, lo spazio della esplorazione, della pausa. Lo spazio in cui scegliamo di rispondere ma non di reagire alla nostra vita. È proprio lì che guadagniamo la terza dimensione: non solo l’altezza dei nostri sogni, non solo la larghezza della nostra capacità di amare ma anche la profondità di quello che ci anima.

Confida nell’emergere si radica nell’aspetto di saggezza dell’Insight Dialogue. Ossia favorisce il nostro vedere le cose come sono – instabili e molto più complesse e fluide di quanto risulti a uno sguardo ordinario. Gregory Kramer

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione

Il protocollo di mindfulness interpersonale

Foto di © Blu3_Sky777

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