Una vita raccontata dalle scarpe

Ho una passione per i piedi e anche per le scarpe. Non so se è qualcosa di feticistico: direi di no. Amo quello che è apparentemente umile e lontano dalla dominanza della testa. Amo le scarpe perché raccontano tanto di come camminano nella vita le persone.

C’è un rito, prima di entrare nella stanza della psicoterapia: togliersi le scarpe. Alcuni le buttano via frettolosamente, come se si togliessero un peso. Altri le mettono ordinatamente a fianco come se fossero nella vetrina di un negozio. Altri ancora le trasformano in un ostacolo per i passanti: c’è posto solo per le loro scarpe e nient’altro. Alcuni arrivano in Ferrari con smaglianti tacchi 12, altri in pantofole con stivali bassi, larghi e comodi. Alcuni hanno scarpe dure come il cuoio e la loro vita è un po’ così: faticosa. Altri sono maliziosi. Anche gli uomini raccontano tantissimo con le loro scarpe, non solo le donne. Raccontano quando se le mettono – con le stringhe belle precise – o infilate a caso. Con i calzini ben aderenti o abbandonati alle caviglie. Raccontano quanta strada hanno visto e quanta ne vedranno ancora. Poi ci sono le scarpe di chi vive sulle nuvole: sempre nuove, sempre pulite. Non mettono mai i piedi per terra e le loro scarpe lo raccontano.

Le prime scarpe che ricordo sono un paio di pantofole rosse con due campanellini: stavo sempre scalza e quelle pantofole così deliziose sono state un modo per insegnarmi che si può amare anche le scarpe. Hanno fatto compagnia a delle scarpe di pelle lucida rossa che ho amato tantissimo. E poi un paio di mocassini neri e gialli. E ogni estate i sandali blu con gli occhi. E poi le espadrillas. Ho avuto anch’io un periodo tacco 12 – periodo brevissimo – ma le scarpe, dei sandali neri molto sexy, le ho tenute tantissimo con me anche quando non le indossavo più perché mi sembrava sempre di stare sull’orlo di un precipizio.

C’è stato un periodo che credevo che avrei potuto usare le scarpe come soprammobili.

Oggi le scarpe che uso di più sono delle Mahabis (un modo elegante per dire pantofole). Forse perché inizio e fine si toccano le pantofole hanno sempre posto nel mio armadio: posso stare scalza ma non accetto nulla che limiti, per vanità, la libertà. Non sono vezzose come quelle rosse con il campanellino di quando ero piccola. Ma raccontano la stessa storia: la storia di una donna che ha avuto sempre i piedi per terra e che si è preoccupata di poter andare lontano. Ecco le mie scarpe sono così: scarpe che permettono di andare lontano.

Una cosa è certa. i nostri oggetti raccontano di noi e, raccontando come trattiamo le cose ci dicono come trattiamo noi stessi. Per alcuni sono le scarpe, per altri le borse, o le cravatte o i maglioni. Non ha importanza: siamo pieni di dialoghi con gli oggetti. Li abitiamo e loro ci abitano. E così prendono vita: la nostra vita. Come in Toy’s Story hanno un legame di fedeltà e se non siamo fedeli a nessun oggetto vuol dire che non sappiamo raccontare una storia. Così, quando dico che ci sono aggettivi che ci definiscono, dico che la nostra mente si scrive anche così, nell’uso degli oggetti che non sono inanimati: portano addosso la nostra vita e hanno una voce.

Scegliendo i regali di Natale, non regalare oggetti muti: regala oggetti che raccontino una storia. Oggetti che diventino compagni fedeli di chi li riceve. Anche se saranno costati pochissimo avrai fatto un grandissimo regalo: avrai fatto compagnia.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.Erri de Luca Elogio dei piedi

Pratica di mindfulness: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2018 Scrivere la mente: gli aggettivi che ci definiscono

Milano. Scrivere la mente: gli aggettivi che ci definiscono

Photo by Jez Timms on Unsplash

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