All’inizio dell’estate, quando ero nel pieno della preparazione del ritiro “Verso un’accettazione radicale” ho avuto un piccolo incidente. La cui conseguenza non è stata tanto piccola perché mi sono rotta una vertebra. Una vertebra pilastro del movimento tra la parte alta e la parte bassa del corpo. Una di quelle vertebre che uniscono la terra al cielo.

Mi è sembrata una sfida, proprio nel momento in cui stavo lavorando intimamente con l’accettazione, trovarmi con una frattura e con un busto, piuttosto vistoso e rigido, che doveva accompagnare ogni movimento. Potevo lasciarlo solo da sdraiata. La prima reazione è stata di stupore: ho capito subito di essermi fratturata e, nello stesso tempo, mi sembrava impossibile. La seconda reazione è stata di vergogna. La vergogna di dovermene andare in giro con un attrezzo vistosissimo – di quelli che attirano l’attenzione sia per forma che per rumore – la vergogna per la mia vulnerabilità. La vergogna per la mia schiena. Non è la prima volta che porto un busto: l’ho portato per molto tempo da bambina, nel tentativo di arrestare una scoliosi che, invece, ha fatto il suo corso. Mi vergognavo di non riuscire a giocare come gli altri. Mi vergognavo di essere rigida e di non riuscire a fare nulla bene se non studiare. Credo che la passione per lo studio sia nata lì: è piuttosto comodo studiare se hai un busto che ti tiene su: è come avere lo schienale del divano sempre con te. Uno schienale pret a porter.

Ho capito quanto la vergogna per la vulnerabilità giochi un ruolo centrale – almeno per me – nell’accettazione. Accetto più facilmente i problemi che vanno nella direzione dell’eroismo che quelli che vanno nella direzione della vulnerabilità. E qui, lo sapevo, un’altra persona non si sarebbe fratturata. Io mi fratturo perché le mie ossa sono fragili. Ho dato loro tutta la determinazione della mia mente ma rimangono fragili. Vorrei poter dire che non succederà più ma so che potrebbe ri-succedere. Malgrado tutta la cura che ho imparato a dare al corpo mio e altrui c’è una lezione che il corpo insegna – a volte duramente – la biologia ha un suo spazio e delle sue leggi. E la mente deve imparare a inchinarsi alle leggi della biologia. Sfidarle è una profonda non accettazione della verità delle cose.

Oggi, finita l’estate, lo devo lasciare. Devo togliere il busto e abbandonare il mio schienale pret a porter e, lo confesso, mi dispiace. Gli sono grata per il sostegno che mi ha dato. Il sollievo che mi ha offerto. La verità che mi ha insegnato e l’umiltà che ho praticato chiedendo alle persone, “Mi vieni a prendere per favore? Non posso guidare”

Inizia oggi la seconda edizione del ritiro “Verso un’accettazione radicale”. Molte persone sono rimaste in lista d’attesa ma questo ritiro verrà ripetuto ogni anno, perché non si finisce mai di imparare la direzione dell’accettazione

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radiclae

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