Ti è mai capitato di incitare qualcuno? Magari durante una corsa, è lì sfinito, mancano pochi metri e senti che ha bisogno del tuo sostegno per farli. E allora ti metti a lato della strada, a dirgli, dai, forza, ce la puoi fare. Alcuni sportivi dicono che se non ci fosse stato quell’incoraggiamento non avrebbero finito la gara (altri sono meno entusiasti del metodo ma, si sa, non la vediamo tutti allo stesso modo!)

La nostra autocritica nasce così: nasce con l’intenzione di spronarci e poi si trasforma in una tortura. Nella nostra vita, alla nascita, corpo e mente sono la stessa cosa. Poi, con l’inizio del linguaggio verbale, iniziano a distanziarsi. Il corpo fa una cosa e la mente ne può pensare un’altra. Questa distanza ci permette di fare qualcosa e, contemporaneamente, di valutare come la stiamo facendo. È così che la nostra mente diventa una guida interiore.

Con l’autocritica succede un passaggio ulteriore: la nostra mente vorrebbe che realizzassimo un obiettivo: dimagrire, risolvere una difficoltà relazionale, cambiare lavoro, qualsiasi obiettivo. Non è interessata a sapere se quell’obiettivo è realistico. La nostra mente non è troppo esperta in questioni emotive. È esperta solo in soluzioni pratiche. Il cuore ama le domande, la mente ama le risposte. E, sicuramente, ha pensato per noi un’ottima soluzione pratica per permetterci di realizzare quell’obiettivo. Solo che – per varie ragioni – non riusciamo a realizzarla. A quel punto pensa che il rimprovero, l’autocritica siano il modo migliore per convincerci a fare qualcosa . E così, senza troppo rumore, inizia il circolo vizioso tra autocritica e senso di inadeguatezza. È qui che la svalutazione degli altri può entrare dentro di noi: nel varco lasciato aperto dal nostro senso di inadeguatezza. Ci sentiamo in colpa per essere come siamo e non cogliamo l’aspetto paradossale di questo senso di colpa: non possiamo che essere come siamo.

Più ci critichiamo e meno ci sentiamo adeguati. Meno ci sentiamo adeguati e più ci critichiamo. È un loop senza soluzione. O meglio, per trovare una via d’uscita abbiamo bisogno di uscire dal loop. Come farlo? Lasciando andare la strada della mente e andando a cercare soluzioni che passino da ciò che percepiamo anziché da ciò che pensiamo. Aprendo la consapevolezza e imparando a nominare i vari ingredienti del momento presente, non solo quelli che ci sottopone la nostra mente a binario unico. Forse potremmo dire che, per curare l’autocritica abbiamo bisogno di tre passaggi: svegliare il corpo, ammorbidire il cuore e aprire la mente.

Svegliare il corpo per avere una consapevolezza non verbale di dove siamo e cosa sentiamo. Questo contatto può permetterci di provare non solo critica ma anche compassione.

Ammorbidire il cuore per sollevarci dal peso delle nostre difese e consolare i nostri dolori.

Aprire la mente perchè, a volte, abbiamo proprio una visuale ristretta della situazione!

Poi arriva uno di quei momenti in cui, per qualche istante, ci appare tutto più chiaro e più a fuoco, e ci chiediamo a che punto siamo, nella nostra vita, tanto ci sentiamo lontani (…) dalla sensazione reale di essere «a casa» in noi stessi e profondamente connessi con gli altri. Jon Kabat Zinn

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione

Foto di © fuuna

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