Scena da spiaggia: genitori in vacanza con figlio e amico del figlio. Entrambi età delle elementari, forse attorno ai 10 anni. Arriva il momento di andare a casa e inizia una lunga ripetizione di inviti poco ascoltati. Niente di strano: si stava benissimo sulla spiaggia. Alla fine la truppa risponde ai comandi e si tratta di raccogliere le cose. Il figlio, molto occupato dalla relazione con l’amico dimentica qualcosa e a metà tragitto se ne accorgono e cominciano i guai. Lunga reprimenda che forse portava in sé anche l’irritazione per aver fatto resistenza ad uscire dall’acqua e a prepararsi per andare a casa.

Gravità della dimenticanza 3/4 su una scala da 1 a 10. Importanza della reprimenda – che ha incluso fosche previsioni sul futuro 8/9. Mi sono domandata cosa avrebbero fatto di fronte ad un problema davvero importante. Quei genitori però non sono diversi da molti altri genitori e nemmeno diversi da me quando avevo un figlio dell’età del loro. I genitori tendono a iper-reagire ai problemi, come se fossero questioni importanti da risolvere e affrontare. Piccoli dettagli si prestano a lezioni di etica civile e quotidiana. Come mai?

Reagire in modo difensivo

I figli “so piezz e core”, diceva Mario Merola e infatti, questa è una delle ragioni per cui iper-reagiamo. Se li sentiamo in “pericolo” – anche piccoli quotidiani pericoli – iper-reagiamo immaginando, per estensioni, tutte le conseguenze possibili. Se a questo aggiungiamo che siamo anche un po’ cronicamente stressati ecco che abbiamo tutti gli ingredienti e la frittata è fatta. Parlo di frittata perché questa discrepanza tra la gravità dell’evento e la gravità della risposta ci toglie autorevolezza. Un po’ come succede nella favola di Pierino e il Lupo immaginare sempre grandi danni rende le nostre parole meno efficaci quando, invece, i danni potrebbero esserci davvero.

Inoltre ogni coppia genitore/figlio ha qualcosa su cui si incastra particolarmente. Qualche comportamento che tende a ripetersi e che, per questo, suscita la nostra reattività in particolare. Si tratta di una reattività veloce, che segue la via breve, quella delle reazioni di attacco – fuga – congelamento che vengono attivate senza passare dalla corteccia prefrontale ma vanno direttamente dal tronco dell’encefalo all’area limbica deputata alle risposte rapide. Sono risposte considerate di “sopravvivenza”: è chiaro che non siamo in pericolo di vita ma ci sentiamo minacciati da qualcosa che nostro figlio fa o non fa. Lo stress, inoltre, piò ridurre l’alleanza genitoriale: se due genitori sono molto stressati è più facile che invece che sostenersi a vicenda finiscano per lottare l’uno contro l’altro, oppure per darsi poca attenzione reciproca con una conseguenza, abbastanza immediata, sullo stile di cura genitoriale.I genitori che non sentono accordo spesso sono più severi nella risposta ai figli, oppure esageratamente permissivi, troppo vicini ai figli tanto da non lasciargli spazio per crescere.

Quando si diventa genitori si torna anche figli

Quando nasce un bambino non nasce anche un genitore. Riprende vita anche il bambino che quel genitore è stato e la propria esperienza infantile può interferire con la modalità che i genitori hanno di rispondere ai propri figli. Nonostante tutte le nostre buone intenzioni potremmo accorgerci di seguire esattamente la stessa strada dei nostri genitori, ripetendo le stesse modalità educative.

Quando questo succede, fare il genitore diventa uno dei tanti compiti della nostra vita e si riempie di azioni: entriamo nella “modalità del fare” anziché nella modalità, più relazionale, dell’essere. Se poi siamo un genitore con un’esperienza di attaccamento insicuro, fare “le cose giuste” diventa qualcosa di più di un impegno: diventa una missione. L’importante è ricordarsi che c’ sempre la possibilità di diventare più coinvolti con la modalità dell’essere, rallentare e prestare attenzione a quello che accade senza essere troppo performativi. D’altra parte sarebbe utile chiedersi dove abbiamo preso quest’idea che i nostri figli dovrebbero essere perfetti e che noi dovremmo essere perfetti?

Il genitore automatico

C’è un aspetto routinario nell’essere un genitore che può facilitare il vedere i propri figli sempre nello stesso modo.Anziché cogliere l’opportunità di vedere gli aspetti dinamici, vediamo prevalentemente la ripetizione. È per questa ragione che il primo incontro dei programmi di Mindful Parenting è dedicato al cogliere gli elementi di ripetizione nel rapporto che abbiamo con i nostri figli, quella specie di pilota automatico che ci fa attivare una modalità difensiva tutte le volte che sappiamo che stiamo entrando in un’area critica.

Mi sono domandata quanto la scena del chiamare più volte per andare a casa e dimenticare qualche pezzo in giro fosse conosciuta da quei genitori di cui ho parlato all’inizio: a giudicare dalla conversazione ascoltata direi di sì (non ho origliato: credo che abbia sentito tutta la spiaggia). Un figlio è in continuo cambiamento: coltivare la mente del principiante per un genitore significa proprio cogliere questa opportunità: l’opportunità di vedere com’è cambiato! Dietro al nostro essere un po’ automatici come genitori sta un pensiero che potremmo riassumere così “non può succedere di nuovo: non lo sopporto“. L’unica consolazione è che è esattamente lo stesso pensiero che fa il figlio appena ha raggiunto l’età minima per farlo, attorno ai 7/8 anni.

Come possiamo evitare di reagire come se stesse accadendo qualcosa di pericoloso in situazioni in cui non c’è – effettivamente – niente di pericoloso?

Abbiamo diverse opportunità

In effetti abbiamo diverse possibilità di scelta. La prima – forse la più efficace – è quella di non fare niente. I nostri figli sono così abituati a vederci reagire che quando non lo facciamo sono sorpresi. Una sorpresa che può efficacemente fermarli dalla ripetizione, aprendo anche per loro uno spazio in cui avere una diversa risposta all’evento.

Un altro modo per interrompere il circuito reattivo può essere quello di riconoscere i segnali di stress nel corpo. In questo modo attiviamo una modalità di risposta più riflessiva e ci prendiamo cura della nostra sofferenza. Oppure possiamo cambiare posizione fisica, allontanare il cellulare dalla nostra portata e fare un lungo respiro: non sono necessari 45 minuti di meditazione per calmarsi. possono essere sufficienti pochi secondi di consapevolezza per non alimentare la nostra reattività

L’altro modo è aprire uno spazio al riconoscimento delle emozioni e dei pensieri che si attivano, per arrivare a riconoscere la tendenza nel proprio comportamento. Molte cose quindi sono possibili se siamo disponibili a rallentare e ad uscire dal pilota automatico, quello che potremo chiamare “la via veloce per essere un genitore im- perfetto di un figlio im-perfetto”.

Mindful parenting: cos’è?

Credo che non ci sia modo migliore per descrivere il Mindful Parenting che dire che si tratta di un modo creativo e fluido di stare nel processo della genitorialità, portando una consapevolezza non – giudicante ad ogni momento. Una consapevolezza che includa il nostro panorama interno – fatto di sensazioni fisiche, emozioni, pensieri – e il panorama esterno dei nostri figli, della nostra casa, delle nostre relazioni affettive, direttamente e indirettamente coinvolte con la cura genitoriale. È un processo di crescita continuo che include diversi elementi:

  • la consapevolezza dell’unicità dei bisogni e dei desideri di ogni figlio;
  • la capacità di essere presenti e ascoltarli pienamente;
  • il riconoscimento e l’accettazione delle cose così come sono, momento per momento;
  • il riconoscimento della propria reattività e l’intenzione di scegliere un’altra strada. Forse più lenta ma meno ripetitiva.

Come dice Sylvia Boornstein, “Che io possa incontrare questo momento pienamente, Che io possa incontrarlo con gentilezza”

© Nicoletta Cinotti 2020

Training internazionale in Mindful Parenting 5-9 Novembre 2020

5 Novembre ore 18:00 - 9 Novembre ore 17:00
Roma
Formazione in Mindful Parenting Italia, Ed. 2020 Vuoi insegnare ai genitori a confrontarsi con lo st...

 

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