Sappiamo che gli alberi vivono più a lungo di noi. Forse, potremmo pensare, è perché non sentono, oppure perché non amano disperatamente o non sanguinano altrettanto disperatamente. Invece no, la ragione è un’altra.

Gli alberi non possono scappare. A differenza di noi mammiferi che possiamo proteggerci combattendo o scappando loro sono legati al luogo in cui si trovano. Sono esonerati dallo stress della fuga.

È proprio perché devono sostare e rimanere testimoni che sperimentano un altro tipo di avventura: l’avventura di trovare luce, di continuare a crescere malgrado il passare degli anni, di rimanere giovani nelle tenere propaggini dei rami e vecchi nell’irrobustirsi del tronco. Sperimentano l’avventura dello stare, dell’andare in profondità e verso il cielo. Dell’allungarsi generosamente e dell’incontrare, senza scappare, qualsiasi tempesta.

Accettano ogni giorno quello che noi facciamo fatica ad accettare: perdere. Perdono ogni giorno qualche foglia, qualche ramo nei giorni più tempestosi. Rimangono nudi in inverno, vulnerabili in primavera.

Ma, soprattutto gli alberi accettano di essere fatti di tante parti: tante radici, tanti rami, tantissime foglie. Gli alberi non sono un Io ma un Noi e questo li rende eterni ai nostri occhi. proprio come lo siamo noi quando accettiamo di non essere solo un Io ma diventiamo un noi.

Veder cadere le foglie mi lacera molto
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno,
una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno,
non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno,
che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
mi sento d’accordo
con gli uomini e con me stesso.
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
Soprattutto le foglie dei viali
Dei viali d’ippocastano. Nazim Hikmet

Pratica di mindfulness: Lasciar andare il dolore del passato

© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore

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