Inutile dire che non avremmo mai immaginato la situazione che stiamo vivendo. Solo nei film di fantascienza l’abbiamo ipotizzata, solo nei romanzi di narrativa abbiamo capito che qualcosa di simile poteva succedere. Adesso però è la realtà. E succedono cose che sono spiegabili e comprensibili ma pericolose.

La negazione

Ieri ero a Camogli, in passeggiata. Abito a Camogli da tanti anni: non era un sabato diverso da tanti altri. Il cielo azzurro, le persone fuori, con il desiderio di stare insieme e all’aria aperta. A Camogli ci conosciamo tutti: siamo pochi. Il resto delle persone che erano fuori erano, come al solito, persone che vengono al mare. Molte di loro probabilmente dalla Lombardia: questo accade per un fenomeno che si chiama negazione. Quando qualcosa è molto shoccante lo trattiamo come se non fosse vero e non abbiamo quindi quelle attenzioni che, se lo prendessimo sul serio, avremmo.

La negazione si accompagna, sempre, ad una sorta di cecità: si fa fatica a vedere il pericolo. Tanto più in questa situazione in cui il pericolo ha una dimensione non tangibile fino a che non ci tocca direttamente. La difficoltà sta anche nella suddivisione dell’Italia in zone di pericolo diversificate. In questo caso c’è un elenco dei comuni e delle regioni interessate dalle misure più restrittive. Per tutti però valgono le stesse norme igieniche. Cambia solo la possibilità di spostarsi evitando comunque assembramenti che possono contribuire alla diffusione del contagio. Essere consapevoli della nostra tendenza alla negazione o alla minimizzazione è fondamentale.

In contrapposizione il dramma

La nostra mente funziona per opposti e, quindi, possiamo, per contrapposizione, vivere una situazione di disperazione, di minaccia e di paura sproporzionata. Anche in questo caso la consapevolezza aiuta. Forse possiamo sapere che siamo esagerati e che l’intensità delle emozioni che viviamo può essere ingigantita dalla paura più che dal reale pericolo.

Paura e pericolo, purtroppo, non sono la stessa cosa. Possiamo avere paura in situazioni di assenza di pericolo e, viceversa, essere tranquilli senza rendersi conto di correre un rischio. Più la nostra mente è aperta, più possiamo trovare la nostra risposta personale sulla dimensione del rischio e del pericolo. In ogni caso è importante considerare che, per molti di noi, la diminuzione di contatto sociale è una condizione che acuisce il senso di angoscia e di paura. La solitudine apre un capitolo nuovo e diverso in questa emergenza sanitaria. Siamo, da una parte troppo soli, dall’altra troppo insieme.

La solitudine e la socialità

Siamo animali sociali. A volte poco socievoli, a volte molto socievoli. Non sappiamo quanto siano importanti i contatti sociali fino a che non diventano una assenza. In questo caso stiamo riducendo il contatto con i colleghi di lavoro, e, aumentando i contatti familiari. Non è detto che questo sia facile. I nostri contatti familiari sono regolati dalle nostre relazioni sociali. Trovarci improvvisamente tutti insieme è strano e può essere anche molto faticoso. Può far sorgere tensioni e conflitti che stavano sotto la superficie possono riemergere. Il lavoro a casa, lo studio a casa può far risalire a galla le divergenze della pianificazione, le divergenze nella gestione del tempo e dello spazio. Come possiamo affrontare questo cambiamento nell’ampiezza delle nostre relazioni sociali e nella dimensione dei nostri contatti intimi?

Forse ti sembrerà che la mia risposta sia banale e scontata ma la vera soluzione sta nell’ampliare la capacità di rispondere e non reagire alle condizioni – eccezionalmente stressanti – che stiamo vivendo. La reattività che si esprime attraverso tre modalità difensive – attacco, fuga e freezing – mentre la riflessione ci permette di comprendere cosa sta succedendo ed esplorarlo prima di formulare una risposta.

La pratica di STOP RAIN

Nella terza e quarta settimana dei protocolli MBSR insegno una pratica – che può essere sia formale che informale: STOP RAIN. Stop rain è un acronimo americano che è stato coniato inizialmente da un maestro buddista negli anni 80 e poi si è diffuso in area mindfulness. Questa pratica è molto utilizzata da Tara Brach, una psicoterapeuta e insegnante di meditazione americana. La S sta per stop, fermarsi, T tornare al respiro, O per osservare, P per procedere a Riconoscere, Accogliere, Investigare con l’inquiring e la N per alcuni autori sta per Non – identificarsi. Per Tara Brach significa invece Nutrire. Soffermiamoci su questa parola: nutrire.

Cosa significa Nutrire? Nutrire è un atto di Self compassion. È chiedersi di che cosa abbiamo bisogno in un certo momento della nostra vita. In questo preciso momento in cui pratichiamo. È da quella capacità di rispondere al nostro bisogno e di riconoscere la nostra necessità di nutrimento che può nascere la risposta più profonda alle nostre necessità. Per non reagire abbiamo bisogno di saper nutrire noi stessi. Molto spesso sappiamo nutrire gli altri ma affamiamo noi stessi per la mancanza di attenzione.

Come passare del tempo in casa

Passare del tempo in casa può essere un’ottima occasione per nutrire i nostri comportamenti compulsivi: aumentare l’apertura del frigorifero, la lettura del cellulare, la permanenza sui social. Sentiamo un bisogno, non sappiamo identificare di cosa abbiamo bisogno e ci attacchiamo compulsivamente a quello che è più prossimo nella nostra abitudine.

Passeremo ragionevolmente più tempo in casa: abbiamo bisogno di saperlo disciplinare questo tempo passato in casa altrimenti rischia di essere un tempo che – sia vissuto con la famiglia che vissuto in solitaria – può impoverirci anziché arricchirci.

Ecco perché diventa fondamentale una corretta igiene tecnologica:

  • Non guardare il cellulare in continuazione per vedere le notizie ma ad orari prestabiliti
  • riprendere il sano gusto della lettura
  • verificare le notizie che arrivano e ascoltare solo le notizie da fonti accreditate
  • imparare ad usare saggiamente la tecnologia come mezzo per connettersi a risorse che siano nutrienti
  • praticare di più ed esplorare di più i nostri mostri interiori. Salteranno fuori perché non amano stare troppo tempo in casa, né troppo tempo da soli. Guardiamoli in faccia senza farci spaventare. Chiediamo aiuto, se necessario a persone competenti. Utilizziamo tutte le risorse gratuite di pratica. In questo periodo ogni mattina alle 8 ci sarà una pratica sulla mia pagina FB. Un modo per praticare insieme: un appuntamento prima di tutto con te. Basta cliccare qui e aspettare che il video inizi.
  • Nuove pratiche saranno messe sul mio Canale Youtube. Sono suddivise in Playlist e c’è già un’ampia scelta.
  • Possiamo tornare a studiare, ad approfondire, a coltivare la nostra mente: anche questo è una forma di igiene mentale e di nutrimento saggio.

La compassion fatigue

Compassione e dolore sono due emozioni collegate. Se non riconosciamo la presenza del dolore non possiamo riconoscere il sorgere della compassione. La compassione è una emozione fondamentale per rispondere ai bisogni più profondi e la nostra tendenza a difenderci dal dolore non è una buona idea perché diminuisce anche la nostra capacità di provare compassione per gli altri e per noi stessi. Ma la compassione ha un nemico: l’eccessiva vicinanza al dolore.

Se siamo troppo coinvolti nel dolore o esposti a troppo dolore entriamo in una sindrome – compassion fatigue – che è una sindrome da stress tipico di chi lavora nelle relazioni d’aiuto. Si manifesta attraverso sintomi fisici, emotivi e relazionali.

  • Sintomi fisici

Sensazione di stanchezza ed esaurimento; mancanza di energia. Maggiore propensione ad ammalarsi

  • Sintomi emotivi

Appiattimento emotivo, nervosismo, difficoltà a rispondere adeguatamente alle richieste. Diminuzione dell’empatia verso le persone più vicine. Perdita del senso delle priorità. Senso di noia e demotivazione. Riduzione dell’attenzione

  • Sintomi relazionali

Minore disponibilità relazionale. Eccessivo ritiro, indifferenza, senso di isolamento. Diminuzione dei comportamenti pro-attivi.

Come rispondere alla compassion fatigue.

Trova il modo di passare del tempo di qualità da solo. Molte persone che si trovano a lavorare da casa scoprono che non hanno la possibilità di chiedere uno spazio personale che venga rispettato. Invece tutti noi abbiamo bisogno e diritto ad avere del tempo in cui rivolgere l’attenzione solo a noi. La pratica di Mindfulness può essere un buon modo per farlo.

Ogni giorno cerca di avere una corretta quantità di riposo e uno scambio relazionale amichevole con qualcuno. Fai attenzione perché quando siamo sotto stress tendiamo a comportarci in maniera compulsiva. Non sottovalutare il danno dei comportamenti compulsivi.

Venire fuori, andare fuori. Stare dentro, andare dentro.

Le situazioni di stress fanno venire fuori i nostri temi insoluti: è il momento di prendersene cura, senza andare fuori. Cosa significa? Evita di far salire alle stelle il tuo livello di attivazione e se succede, come prima cosa, cerca di calmarti. Sul mio canale Youtube ci sono molte pratiche di conforto. Le trovi nella Playlist “Verso un’accettazione radicale”

Altre pratiche di conforto le trovi qui

Stare dentro non è detto che sia una buona cosa se significa isolarsi. Cerca di andare dentro di te e di esplorare attraverso l’inquiring ma poi torna in contatto con il mondo esterno. Puoi farlo anche stando in casa. I libri ci parlano, i film ci raccontano. Scrivi come se non avessi mai scritto, perché, come dice Gaston Bachelard, un epistemologo e poeta francese “Qual è la fonte della nostra prima sofferenza? L’aver esitato a parlare. L’aver accumulato pensieri muti dentro di noi”.

Scrivere è un modo per dare voce ai pensieri muti, un modo per esprimere quello che rende tagliente il nostro cuore. Scrivere è il nostro personale modo di dare voce alla nostra vita. Scrivere può essere un modo per venire fuori e andare dentro, senza mettere in pericolo nessuno.

© Nicoletta Cinotti 2020

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