…più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?

Se non entriamo nella pretesa – la pretesa di scrivere poesie e la pretesa di cambiare la vita per farla meglio o almeno come vorremmo noi – possiamo sentire e guardare a quello che accade come a una poesia in continua costruzione. Questo permette di comprendere molto di più e molto meglio quello che ci accade. Uscire dalla nostra costante modalità attiva per tornare a una modalità legata all’essere e alla contemplazione non è una perdita di tempo, né una caduta nella passività. È, piuttosto, un modo di declinare la nostra capacità di osservare con precisione e gentilezza il mondo. È un modo per scoprire ciò che è nascosto, imparare a stare nell’incertezza e gioire della sorpresa.

Scoprire ciò che è nascosto

Ci hanno chiamato Homo sapiens, credo che l’abbiano fatto con la speranza che diventassimo saggi e con la certezza che siamo curiosi e desiderosi di sapere. Alcuni filosofi dicono che quello che ci rende diversi dagli animali non è tanto il linguaggio quanto il nostro desiderio di conoscenza. Come diceva il poeta inglese John Keats ” ascoltare melodie è dolce ma le melodie più dolci sono quelle non ancora ascoltate”.

A volte non nascondiamo consapevolmente tuttavia ciò che è nascosto si rivela – in meditazione come in poesia – e ci ricorda che qualcosa di non conosciuto è sempre presente nella nostra vita. Dal punto di vista biologico essere nascosti era una condizione più sicura, che garantiva la sopravvivenza, mentre la visibilità poteva costare la vita stessa.

Forse è per questo che nascondiamo proprio ciò che è più prezioso. Ci sentiamo più al sicuro quando non siamo visti eppure desideriamo essere visti, questa è la nostra apparente e insanabile contraddizione. Gli animali realizzano questo paradosso con il mimetismo che li rende, come i camaleonti, indistinguibili da ciò che li circonda, Noi lo realizziamo con l’adattamento alle regole del gruppo, allo stile di vita, ai comportamenti espliciti e impliciti. Il nostro guardare diventa così uno specchio o un setaccio che ci permette di riconoscere quello che ci sembrava invisibile.

Momenti salienti e interstizi

Pensiamo alle nostre vite ricordando soprattutto
l’eccezionale e i dolori. Il matrimonio lo ricordiamo
come figli, vacanze ed emergenze. Le parti meno comuni.
Ma il meglio è spesso quando non succede niente.
Come quando una madre prende in braccio la bambina
senza accorgersi e la porta attraverso Waller Street
mentre parla con l’altra donna. E se potesse
conservare tutto ciò? Le nostre vite accadono
negli intervalli tra cose memorabili. Io ho perso
due mille prime colazioni abituali con Michiko.
Ciò che più mi manca di lei è quella cosa
del tutto quotidiana che non riesco più a ricordare. Jack Gilbert

L’incertezza

Ci sveglia ogni mattina la nostra rumorosa coscienza. Ci sveglia, a volte sussurrando, a volte in modo stentoreo pronuncia una piccola e innominabile verità. Il futuro è incerto. Noi non sappiamo cosa può accadere e da “homo sapiens” questo ci sembra una vera negazione della nostra caratteristica di base. voler sapere tutto. Ammettere di non sapere fa paura.

Poi, fortunatamente, cominciamo ad agire e quello squarcio che ci ha svegliato si ricuce velocemente con le mille azioni che vanno esattamente dove volevamo che andassero. Qualcuna va storta ma ci dà il desiderio di correggerla subito, il giorno dopo. Migliorarsi è l’antidoto all’incertezza più potente che conosciamo. Eppure, seduti sul nostro cuscino scopriamo che non c’è un respiro uguale all’altro né un passo che assomigli al precedente. Sapere e non sapere, certezza e incertezza disegnano quella che Keats chiamava la “capacità negativa” quella che impariamo con la meditazione: stare nell’incertezza e sapere che saperci stare è la massima sicurezza che possiamo raggiungere. Non è un modo per coltivare l’ansia ma, piuttosto, un antidoto all’ansia di sostanziale bellezza. Platone non voleva che nella sua Repubblica ci fossero poeti perché diceva che allontanavano dalla ricerca della verità con l’incanto della bellezza. Io dico che la buona poesia non ci conforta con facili risposte ma coltiva la capacità di esplorare con buone domande.

Cose intere

Cose intere
In un campo
Io sono l’assenza di campo
questo è sempre il caso
Ovunque sono
Io sono ciò che manca
Quando cammino
sono parte dell’aria
e l’aria si muove sempre
per riempire gli spazi
dove il mio corpo è stato

Tutti noi abbiamo motivi
per spostarci
Mi muovo
per tenere le cose insieme. Jack Gilbert

Dal silenzio del titolo, dal silenzio del respiro, la sorpresa

In ogni istante la meditazione – buona perchè onesta e non perché perfetta – ci offre la sorpresa della trasformazione proprio come il titolo di una poesia ci apre alle illimitate possibilità della pagina bianca. Questa meraviglia ha un nome – raro e per questo prezioso – si chiama sorpresa.

La sorpresa ci porta verso una nuova comprensione di noi stessi e del mondo, ci lascia consapevoli di quanto grande fosse la nostra fame e, nello stesso tempo, ci permette di essere completamente nutriti. La consapevolezza esplora la reciprocità della sorpresa: la sorpresa ci cambia e noi cambiamo ciò che ci ha sorpreso attraverso la nostra consapevolezza.

Questa trasformazione è portatrice di un significato: un significato che è dato dal senso del passaggio e del cambiamento. La sorpresa costruisce un’esperienza che aspira a diventare realtà e questa aspirazione ci porta avanti meglio di tutti i nostri piani futuri. È l’attimo della sorpresa che definisce il nostro cambiamento. Facciamo un regalo non per dare qualcosa ma per offrire quell’attimo di sorpresa che, nell’istante stesso in cui si realizza, ci ha già cambiato profondamente. Questo è il Natale: cambiare la nostra relazione attraverso l’atto – di misteriosa potenza – della sorpresa.

Nello stesso tempo la sorpresa ci agita, confonde un ordine già strutturato per farlo nuovo. In latino “cogito” – penso, medito – significa proprio mischiare le cose insieme, mentre intelligo – intelligenza – significa scegliere e selezionare intenzionalmente.

Così quando meditiamo alterniamo momenti in cui siamo scossi dalla sorpresa che ci getta in una gioiosa confusione – a momenti in cui intenzionalmente esploriamo quello che è emerso. La sorpresa magnetizza l’attenzione, ci ferma e spinge a chiederci “Cos’è questo?”la domanda centrale della meditazione.Una domanda che continua a sorprenderci sempre…

Niente che sia d’oro dura

In Natura il primo verde è dorato,
e subito svanisce.
Il primo germoglio è un fiore
che dura solo un’ora.
Poi a foglia segue foglia.
Come l’Eden affondò nel dolore
Così oggi affonda l’Aurora.
Niente che sia d’oro dura. Robert Frost

© Nicoletta Cinotti 2020 Questo articolo è liberamente tratto dal mio ultimo libro “Meditazione e scrittura”

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