Qualche tempo fa ho letto un racconto breve. Era la storia di una donna, anziana ma non vecchia, che viveva sola, in un piccolo paese dell’ Appennino. Andava regolarmente a confessarsi da un sacerdote per un peccato che non aveva ancora commesso ma che avrebbe desiderato commettere. Chiedeva in anticipo la certezza di venir perdonata. Andava e non diceva mai qual era il peccato che voleva commettere. Si informava però sulle condizioni, eventuali, di un perdono preventivo.

Nel tempo questo sacerdote si era abituato all’arrivo regolare di questa donna che all’inizio gli suscitava un po’ di irritazione per l’assurdità della domanda che non veniva nemmeno accompagnata dalla spiegazione del peccato che intendeva fare. Ormai l’aspettava come se fossero degli amici che non si erano risolti a dichiarare l’oggetto della loro amicizia. Non la vedeva più in confessionale ma, secondo le stagioni, l’aspettava nell’orto o nelle strade del paese per la benedizione. La portava con sé a fare le cose che doveva fare. Tanto, gli sembrava, era perfettamente inutile sedersi ad aspettare che dicesse qualcosa. Si era anche un po’ affezionato a quel modo timido e gentile di interrogarlo e aveva deciso che forse la solitudine l’aveva fatta diventare un po’ strana. In realtà rimaneva molto curioso: che peccato avrebbe mai potuto fare una donna così? Certo non un peccato sessuale; nemmeno la vedeva compiere un furto. Non sapeva se avesse parenti ma era sempre in giro senza alcuna compagnia. Non era un peccato che aveva già fatto – altrimenti l’avrebbe confessato – ma qualcosa che bramava fare e non osava senza il suo consenso. Che desideri poteva avere una donna così solitaria? D’altra parte che consenso dare ad un peccato che non veniva nominato?

Un  giorno era pieno di impegni, la vide arrivare da lontano e decise che le avrebbe dedicato poco tempo. Il tempo minimo necessario: non si poteva essere sempre disponibili. Così la salutò sulla porta dicendole che stava uscendo e la donna si offrì, come al solito, di accompagnarlo. A metà strada il sacerdote le disse che doveva proprio salutarla. La donna si fermò e lo vide sparire all’orizzonte. Adesso sapeva che il suo peccato – quello che non aveva ancora commesso – riguardava tutti. Anche il sacerdote. L’aveva appena fatto. Era finire prima.

Prima che le cose fossero finite. Finire prima per intolleranza dell’incertezza. Finire prima per la prepotenza di voler mettere una fine certa a tutta quell’incertezza che attraversiamo nella vita. Finire prima per non saper aspettare. Finire prima per non voler aspettare. Finire prima per voler decidere quand’è il momento, senza più remore. Finire prima per togliersi il pensiero. Finire prima per l’idea che ormai è già stato fatto tutto. Finire prima credendo che il meglio sia passato.

Mentre lo guardava svanire all’orizzonte come un punto scuro tra la strada e il cielo pensò che finire prima era il peccato più grande che si potesse compiere. Decise che c’era una sola cura possibile per quel peccato: amare fino in fondo quello che abbiamo. Non aspettare quello che avremmo voluto. Ma amare proprio quello che abbiamo adesso, così com’è. Anche se sembra ingiustamente doloroso. Anche se sembra molto grande l’incertezza. Anche se avremmo fretta di finire perché ci annoiamo  in quello che ci viene dato.

Il sacerdote si sentì guardato. Si fermò e in un attimo capì che aveva appena commesso il peccato di cui non parlava la donna. Corse indietro temendo il peggio e la ritrovò al solito posto. Ti aspettavo – disse la donna – non ho più ragione per finire prima: il meglio deve ancora venire. Quindi non c’è bisogno che tu mi dia l’assoluzione. E io ti perdono per aver avuto fretta e aver finito prima il nostro colloquio. Anzi ti dò l’assoluzione totale.

Peccato che non mi ricordi chi ha scritto questo racconto!

Non permettere mai ai tuoi ricordi di essere migliori dei tuoi sogni. Carlo Prevale

Pratica del giorno: Metti l’intenzione per la tua giornata e stasera guarda quanto sei stato fedele a questa intenzione. Domani potrai metterla ancora a dimora dentro di te.

© Nicoletta Cinotti 2019 Il protocollo MBSR: un modo per mettere una buona intenzione nella propria vita

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