La psicoterapia nasce con una finalità di cura e, come tutte le cure, con la finalità di produrre un cambiamento. Qual è il punto in cui la sua efficacia diminuisce? Qual è il punto in cui entriamo in un plateau e non riusciamo più a registrare cambiamenti significativi?

Questa domanda è la domanda che ogni paziente e ogni psicoterapeuta fa a se stesso. Quando iniziamo una psicoterapia spesso ci sono obiettivi che, nel corso del tempo, cambiano e quando la concludiamo potremo accorgerci che siamo arrivati in un punto diverso da quello che avevamo immaginato. O in un punto diverso da quello che vorremmo.

Cambiare rimanendo se stessi

Questo approfondimento nasce da una lunga esperienza di lavoro ma anche dalle psicoterapie che non hanno funzionato. Sì, perchè non sempre la psicoterapia funziona ma possiamo imparare moltissimo proprio da quello che non funziona. Per questa ragione farò un paio di esempi: sono debitrice a queste persone di un grande apprendimento. Spero che anche loro abbiano imparato qualcosa.

La prima persona è arrivata da me dopo due precedenti psicoterapie. Era una donna attorno ai quarant’anni, accanita lettrice di libri di psicoterapia malgrado il suo lavoro fosse tutt’altro. Il suo problema era che, pur avendo risolto il disturbo alimentare che aveva avuto, non riusciva ad avere piacere nella vita. Piacere nelle cose che faceva e piacere sessuale. Questo malgrado si impegnasse tantissimo: anzi, io direi, proprio perché si impegnava tantissimo.

Il suo perfezionismo la portava a diffidare di tutti e a credere che nessuno riuscisse a fare le cose bene come le faceva lei: nemmeno io. Era arrivata da me con un paradosso irrisolvibile: se l’avessi guarita avrei dimostrato che c’era al mondo qualcuno migliore di lei e quindi sarebbe crollata.

In realtà la situazione che portava questa persona è il classico impasse che si raggiunge in psicoterapia: il desiderio di cambiare rimanendo uguali. Mi spiego meglio: lei era disponibile a cambiare ma non voleva cambiare carattere. Voleva mantenere proprio quegli elementi di personalità che rendevano  la sua vita infelice e priva di piacere. Non poteva abbandonare il suo perfezionismo, i suoi standard elevati, il suo controllo sulla qualità dell’operato degli altri. Avrebbe voluto essere felice senza eliminare quei tratti di personalità che rendevano il piacere e la felicità impossibile. Questo atteggiamento è tutt’altro che insolito ed è sempre causa di un impasse di difficile risoluzione

Distinguere tra sintomo e carattere

Quando arriviamo in psicoterapia in genere è perché ci sono dei sintomi che ci disturbano. Il lavoro sui sintomi, tutto sommato, è facile: c’è una forte motivazione nelle persone a fare il possibile per risolvere un problema che ostacola la loro vita e il loro benessere. Spesso i sintomi sono prodotti da eventi traumatici ben precisi in cui, per la persona, è facile riconoscere una causa della loro difficoltà. Ed è anche facile sentirsi vittime degli errori altrui.

Oppure iniziamo una psicoterapia perché stiamo attraversando un momento delicato: un lutto, una separazione, un cambiamento importante ci aspetta e abbiamo bisogno di esplorare ed elaborare le nostre motivazioni.

Il problema diventa più complesso quando ci spostiamo dal piano dei sintomi a quello del carattere. Per tre ragioni: la prima ragione è che il nostro carattere si è formato per rispondere allo stile educativo della nostra famiglia; difficile pensare che abbia qualcosa che non funziona. La seconda ragione è che siamo molto identificati con il nostro carattere: è un po’ come la nostra impronta digitale, o il nostro profilo. Proprio come il nostro viso, negli anni sempre più segnato dal tempo, anche il nostro carattere, con il tempo diventa un po’ più rigido. La terza ragione è che siamo poco consapevoli di quei tratti del nostro carattere che ci creano problemi: sono abitudini consolidate e non le percepiamo come ostacolanti ma come “naturali”.

Cos’è mai l’abitudine? L’abitudine è qualcosa che persiste fino a che manifesta una ragione di resistenza nella terapia analitica. Alexander Lowen “Il Linguaggio del corpo” pag. 129

Un altro esempio

Vorrei fare un altro esempio: riguarda un uomo che iniziò la psicoterapia nel corso della sua separazione. Cresciuto con una madre autoritaria, controllante e molto borghese, era diventato molto anticonformista ma altrettanto autoritario e controllante. Le sue relazioni finivano infatti sempre per la stessa ragione: le partner si stancavano di dover fare quello che diceva lui e lo lasciavano. Con esiti più o meno dolorosi. La psicoterapia procedeva in modo soddisfacente fino a che arrivammo al tema caratteriale: quello delle relazioni. A quel punto iniziò a pretendere che lo curassi come diceva lui (esattamente quello che succedeva nelle sue relazioni affettive). Non essendo disponibile a questo controllo decidemmo di comune accordo di fermarsi.

Per queste due persone la psicoterapia è stata efficace sul piano dei sintomi, non sul piano del carattere. Per entrambi, il carattere era intoccabile. Anche se non è immodificabile, non volevano credere che esistessero soluzioni migliori del loro carattere, o delle loro idee. Perché il carattere, si esprime, sempre, con le proprie convinzioni profonde.

La salute deve distinguersi per l’assenza di un modello tipico di comportamento; le sue qualità sono la spontaneità e l’adattabilità alle esigenze razionali di una situazione. La salute è uno stato fluido, in contrasto con la nevrosi che è una condizione strutturata. Alexander Lowen

Come nasce il carattere

Al di là delle varie categorizzazioni caratteriali il carattere si forma su tre esperienze di sviluppo: de-privazione, frustrazione e soppressione. È una struttura difensiva che si consolida con l’abitudine e con la ripetizione e che offre modalità consolidate di risposta agli eventi. Può non produrre sintomi ma ci rende leggermente infelici e annoiati/disperati dalla ripetizione dello stesso tipo di fallimenti. Non è che la nostra vita è davvero ripetitiva: è che il nostro carattere rende profezie che si auto-avverano gli eventi che accadono. A volte le persone iniziano una psicoterapia proprio per questo: non hanno un problema specifico ma sono infelici senza capire il perché.

Il carattere che si forma attorno ad una esperienza di privazione struttura modalità dipendenti di risposta, quello che sperimenta la soppressione struttura inibizione e incertezza, ambivalenza rispetto alle scelte, mentre chi ha sperimentato frustrazione rischia di rispondere con rigidità e autoritarismo nelle relazioni.

Il punto è che cambiare il carattere è l’unico modo di cambiare diventando se stessi.

Noi analisti bioenergetici non avviciniamo un paziente guardandolo come un tipo caratteriale. lo consideriamo un individuo unico la cui ricerca del piacere è impedita dall’ansia, ansia contro la quale ha eretto difese tipiche. La determinazione della struttura del suo carattere ci consente di vedere i suoi problemi profondi e di aiutarlo a liberarsi dai limiti imposti dalla sua esperienza di vita passata. Alexander Lowen

Cambiare diventando se stessi

Il vero cambiamento in psicoterapia non è l’eliminazione del sintomo. Il vero cambiamento è riscoprire chi siamo al di fuori degli schemi di privazione, soppressione e frustrazione che abbiamo vissuto. In qualche modo la psicoterapia deve permettere che i nostri compiti di sviluppo si concludano con il riconoscimento degli schemi abituali di comportamento che rinforzano il nostro carattere e con l’introduzione della possibilità di scelta.

Introdurre una possibilità di scelta è una rivoluzione per qualsiasi carattere. Nessuno può accettare di cambiare per indicazione di un’altra persona. Abbiamo il diritto di essere come siamo e di onorare la strada che ci ha permesso di diventare così. Ma, ad un certo punto, la psicoterapia deve offrire una scelta: una alternativa alle solite direzioni. In questo modo potremo dire a noi stessi che possiamo fare come al solito oppure scegliere qualcosa di diverso. Introdurre la possibilità di scelta toglie l’automatismo. Anche se scegliamo di fare sempre le stesse cose, il fatto di essercelo domandati diminuisce progressivamente l’identificazione che abbiamo con il nostro carattere. Perché il carattere non cambia con lo sforzo, non cambia con la sfida. Cambia goccia a goccia con la ripetizione di una possibilità di scelta.

Il carattere è strutturato nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche e, in genere, inconsce, che bloccano o limitano gli impulsi a protendersi per cercare qualcosa. Alexander Lowen, Bioenergetica, pag.118

La relazione tra sintomo e carattere

I nostri genitori hanno un ruolo rispetto alla formazione del nostro carattere: nostra è la responsabilità di continuare a perpetuarlo. Da bambini abbiamo visto i genitori come fonte di piacere e come base sicura per trovare risposta alle nostre necessità e ai nostri bisogni. Prima o poi però abbiamo incontrato deprivazione (ossia una mancata risposta ad un nostro bisogno), soppressione (ossia un freno inibitorio ad un nostro impulso) o frustrazione (proibizione della libertà espressiva) e abbiamo, attorno a queste esperienze, strutturato il nostro carattere. Il carattere si forma attorno a questa sequenza:

  • ricerca di contatto/piacere
  • deprivazione, soppressione o frustrazione
  • ansia
  • difesa

L’ansia è il punto in cui costruiamo i sintomi, la difesa il punto in cui costruiamo il carattere. Quando lavoriamo sui sintomi lavoriamo sempre su una tipologia di ansia, mentre quando arriviamo al carattere lavoriamo sull’insieme strutturato delle nostre difese. Ecco perché è più difficile lavorare sul carattere rispetto al lavoro sul sintomo: perché è il punto in cui la resistenza è massima.

Il carattere viene definito come uno schema fisso di comportamento ed è un modo in cui l’individuo tratta la propria ricerca del piacere. Alexander Lowen

Strumenti di cambiamento

Risulta probabilmente più chiaro che, se con i sintomi il gioco può essere relativamente facile, con il carattere la faccenda diventa complicata perché non abbiamo più il paziente come alleato. Diventa quindi fondamentale il modo in cui si affronta il cambiamento. È qui che nella mia esperienza clinica la mindfulness è un alleato: il lavoro attraverso la mindfulness è un lavoro centrato sulla consapevolezza. Non sono io che dico al paziente cosa c’è che non va. Gradualmente le sue difese si allentano e sorge la consapevolezza propriocettiva e auto-diretta. L’altro grande tema è la psicoterapia individuale o di gruppo. Nella psicoterapia individuale si possono ottenere risultati ma la nostra vita non è la psicoterapia individuale. Siamo animali sociali, abbiamo imparato dalle nostre relazioni a costruire difese, le sciogliamo in un contesto di gruppo. È solo il nostro atteggiamento antisociale che ci fa pensare che la psicoterapia individuale sia l’unica strada possibile e necessaria.

Mi capita spesso di osservare un fenomeno curioso: nel gruppo accadono moltissime cose. Per questa ragione alcune persone mi chiedono di passare alla psicoterapia individuale (nel mio caso molti iniziano con la psicoterapia di gruppo). Dove, con sorpresa, succedono molte meno cose. E non capiscono perché. La mia spiegazione è che abbiamo bisogno della forza moltiplicatrice del gruppo per la spinta al cambiamento. Quando siamo in due contiamo per due. Il due è necessario per tante cose ma non cambia il carattere. Cambia il sintomo. Perché il carattere nasce in relazione ed è lì che si frange con tutta la sua forza e che si apre alla possibilità di autoriflessione: alla fine cambiamo il nostro carattere solo in modo riflessivo.

© Nicoletta Cinotti 2018 Foto di alexandre-chambon-28720-unsplash

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