Probabilmente in questi giorni sei dietro alla frenesia pre-natalizia e l’idea che possa esserci una tristezza da Natale ti è totalmente estranea. Oppure la conosci ma sei in attesa del miracolo di Natale che porta via la tristezza e svela quello che la tristezza nasconde. In ogni caso ieri sera, ascoltando un concerto Gospel, mi sono venite in mente un sacco di riflessioni su come funziona la nostra mente quando siamo tristi. Suppongo che questo sia il mio Xmas blues: riflettere sulla tristezza con sottofondo musicale allegro😊

Primo aspetto: vedere sfuocato

La tristezza – e quindi anche la depressione – ha un effetto percettivo molto definito sul piano visivo. La visione si restringe e tutto quello che è a “bordo campo” risulta sfuocato. Accade perchè c’è un assorbimento eccessivo nella visione dell’oggetto che suscita tristezza . Un oggetto che in genere è un pensiero ricorrente, un pò come un ritornello. Questa immagine interiore viene ingigantita e quindi il resto del campo visivo viene sfuocato

Secondo aspetto: sordità elettiva

Quando siamo assorbiti da un pensiero o da un’emozione molto forte è possibile che le nostre capacità uditive siano limitate. È come se avessimo un rumore sordo e interno che ottunde la percezione dei suoni esterni. Così può capitare che qualcuno ci parli senza che ne siamo consapevoli o che le parole “rimbalzino” e non entrino davvero dentro al processo percettivo. Non siamo sordi ma siamo occupati da altro

Terzo aspetto: l’attenzione

La padronanza dell’attenzione è una funzione cognitiva che influenza tantissimo l’aspetto emotivo. Quando stiamo bene siamo padroni della nostra attenzione ma quando stiamo male è come se la nostra memoria di lavoro (e quindi la nostra attenzione) fossero già occupate da qualcosa di importante e rimanesse una energia residua troppo bassa per poter padroneggiare bene le funzioni cognitive. Succede qualcosa di simile a quello che accade in adolescenza quando studenti brillanti possono diventare improvvisamente un po’ ottusi. il brain spurt cerebrale tipico dell’adolescenza li impegna così tanto che sono distratti e poco efficienti sul piano cognitivo. A quel punto può accadere che si identifichino con una sorta di imbranataggine cognitiva che è, invece, uno stato passeggero. Questo accade anche quando siamo tristi o depressi. Diventiamo cognitivamente un po’ meno smart del nostro solito e questo può rinforzare l’idea che qualcosa non vada affatto bene. In realtà questa fase in adolescenza è prodroma dello sviluppo di nuove funzioni esecutive. Io suppongo che accada quando siamo tristi perchè si apre la possibilità di un nuovo apprendimento nella nostra vita: un apprendimento a cui resistiamo a causa dei nostri preconcetti sulla tristezza e sul dolore

“Ribaltiamo i preconcetti

Abbiamo un grande preconcetto rispetto al dolore: che sia un segnale di errore o di pericolo. È un preconcetto su base filogenetica che ha la funzione di attivare le nostre capacità protettive e difensive. Non sempre però questa modalità automatica è necessaria e, soprattutto, è una modalità che si basa su vecchi apprendimenti e tracce di memoria. Come cambierebbe il nostro rapporto con la tristezza e con il dolore se fosse ogni volta considerato “nuovo”? Se ogni volta che abbiamo un problema lo considerassimo nuovo cancelleremmo i passati apprendimenti ma se invece considerassimo nuovo “il sentimento della tristezza” e nuovo il “dolore emotivo” connesso potremmo avere una piena disponibilità e un pieno accesso alle nostre risorse.

Se il dolore non fosse altro che uno strumento di salvataggio poliedrico e multiforme e non un errore? Se fosse il modo per segnalare che c’è qualcosa che richiede la nostra attenzione e non necessariamente qualcosa che richiede la nostra difesa?

Xmas blues

Buona parte della tristezza collegata alle festività natalizie è storica.  Una sorta di residuato bellico della nostra vita fatta anche di campi minati, regali sbagliati e letterine di Natale andate perdute. E se il vero regalo di Natale fosse che questo Natale è il primo del resto della nostra vita? E se il regalo fosse che noi siamo – come effettivamente siamo – assolutamente nuovi in questa situazione e la memoria diventa solo un inutile ingombro quando è fatta di dolore? Se potessimo mettere in memoria l’apprendimento e non la difesa, ogni volta che abbiamo un. problema non ritireremmo fuori dall’armadio lo gnomo dell’inadeguatezza e non lo trasformeremmo in un gigante. Che ne dici? Potrebbe andare come regalo di Natale?

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo MBCT edizione online

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