Ho iniziato a leggere Yoga di Emmanuel Carrère piuttosto prevenuta. L’ultimo suo romanzo letto mi aveva lasciato una brutta impressione e mi era sembrato particolarmente ostile nei confronti della partner. Comunque, mi sono detta, se non mi piace posso sempre interromperlo. Ho subito iniziato a discutere con lui rispetto a quello che scriveva sullo Yoga e sulla vipassana (discutere non vuol dire litigare). Io parlo un sacco con gli autori dei libri che leggo e più ci parlo e più il libro mi piace. In genere poi, dopo qualche pagina, trovo anche la risposta.

Ma in questo caso le mie domande sullo yoga e sulla vipassana sono velocemente passate in secondo piano perché Emmanuel Carrère ad un certo punto fa una virata sostanziale e parla di sé. O meglio parla del suo disturbo bipolare e, in particolare, della sua depressione resistente ai farmaci. Lo fa con un’onestà disarmante ed essenziale. Non si può sprecare parole quando si parla della fase depressiva di un disturbo bipolare perché in quella fase non ci sono parole.

Un giornalista americano, venuto per intervistarlo ,descrive così l’impressione che gli fa Carrère:

Sarebbe stato molto più facile se fossimo stati amici. Non sarei stato costretto a irrigidirmi per mantenere la distanza tra noi, avrei potuto tenermi a lui, non è certo il comportamento che ci si aspetta da parte di un giornalista nei confronti della persona che è venuto a intervistare, ma mi dico che in fondo è proprio quello che avrei dovuto fare: abbracciare quell’uomo così infelice.

In effetti questa è la stessa sensazione che ha suscitato in me: tenerezza. Un uomo così disarmato e così diverso da quel romanziere che mi era stato antipatico ne “Il romanzo russo”. Adesso ho capito che, in quel caso, Carrère era in fase maniacale.

Leggendolo si entra dentro la grandezza priva di empatia della maniacalità e la tristezza senza speranza della depressione e si apprezza il fatto che riesce a descriverle senza identificarsi completamente. Si apprezza il fatto che riesce ad accettare il consiglio del suo amico psichiatra

Quello che sta vivendo è orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo così può verificarsi un cambiamento. In altre parole: mediti, perché la meditazione è questo.

Un grande.

© Nicoletta Cinotti per la Rubrica di recensioni e citazioni “Addomesticare pensieri selvatici”

PS: Avvertenza per i lettori: quello che accade a Carrère non è generalizzabile. Ogni disturbo bipolare è una storia unica. Ogni trattamento è una storia unica. Grazie

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